Ventilazione dei Corrispettivi IVA

In questa guida spieghiamo in cosa consiste la ventilazione dei corrispettivi IVA.

L’espressione potrebbe risultare nuova per i non addetti ai lavori, ma sappiate che questa ipotesi è stata introdotta dal D.M. n.3495 del 1973. Di norma, sappiamo che un imprenditore deve emettere fattura per ogni cessione e indicare nella stessa il corrispettivo incassato, al netto delle aliquote IVA, oltre che quello lordo, distinguendo ogni imponibile sulla base dell’aliquota applicata. In sostanza, se vendo due prodotti, di cui uno sottoposto ad aliquota del 22% e un altro del 10%, dovrò separare il conteggio, indicando ogni operazione separatamente, prima di fare la somma totale. La ventilazione dei corrispettivi IVA, invece, consente al venditore di registrare gli incassi complessivi giornalieri, senza distinguere tra i vari imponibili ai fini IVA, ripartendoli successivamente sulla base degli acquisti effettuati.

La norma consente di utilizzare tale metodologia ai commercianti al minuto, autorizzati alla vendita di beni appartenenti a una o più categorie tra le seguenti
-Prodotti alimentari o dietetici.
-Articoli tessili o di vestiario.
-Comprese le calzature.
-Prodotti per l’igiene personale.

Nel caso in cui i commercianti vendano anche beni appartenenti ad altre categorie merceologiche, la ventilazione dei corrispettivi IVA è loro consentita, a patto che gli acquisti di beni delle categorie indicate ammontino a non meno del 50% del totale. Se tali acquisti restano al di sotto del 50%, la ventilazione non è ammessa dall’esercizio successivo. Altro dato da tenere presente è che se l’ammontare degli incassi realizzati con l’emissione di fatture, ad esclusione di quelle relative alla cessione di beni strumentali, ammonta a oltre il 20% dei corrispettivi totali, la ventilazione non è ammessa dall’esercizio successivo.

Occhio, però, agli obblighi contabili sussistenti anche nel caso in cui ci si avvalga della ventilazione. Massima attenzione al registro degli acquisti, delle vendite e alle liquidazioni.

Vediamo, invece, come operativamente avviene l’esercizio della ventilazione. Al termine di ogni periodo di liquidazione, ovvero il mese o il trimestre, il contribuente deve sommare gli acquisti di beni destinati alla rivendita, distinguendoli sulla base dell’aliquota IVA applicata, con quelli dei periodi precedenti. Successivamente deve determinare così la percentuale di incidenza di ogni gruppo di beni acquistati sulla base dell’aliquota IVA rispetto al totale degli acquisti. Infine, deve applicare le percentuali così ottenute al totale dei corrispettivi registrati, di fatto esercitando la ventilazione.

Gli importi dei corrispettivi sono, tuttavia, comprensivi delle aliquote IVA, ragione per cui bisognerà procedere allo scorporo delle stesse, applicando le apposite percentuali. Le operazioni appena esposte dovranno essere ripetute al termine di ciascun periodo di liquidazione. Solo a titolo di esempio, vi ricordiamo che lo scorporo dell’IVA si ottiene nel modo seguente, Importo imponibile lordo / (1 + aliquota IVA). Questo dato esprime l’importo netto e la differenza con il lordo determina, quindi, l’importo relativo all’imposta.

Supponendo che abbiamo acquisti nel periodo per 7.000 euro lordi, relativi a beni sottoposti ad aliquota del 22%, l’importo netto sarà pari a 7.000/1,22 = 5.737,70 euro. L’imposta risulta, perciò, di (7.000 – 5.737,70) = 1.262,30 euro. Se tali acquisti fossero il 30% del totale del periodo di liquidazione e dei periodi dell’anno precedenti, l’incidenza dei corrispettivi da considerare sottoposti ad aliquota del 22% sarebbe proprio del 30%.

A questo punto, vi forniamo un esempio pratico complessivo per capire meglio di cosa stiamo parlando. Immaginiamo di essere i titolari di un’attività e che in un dato periodo abbiamo effettuato acquisti di beni sottoposti ad aliquota agevolata del 4% per 10.000 euro, di altri con aliquota al 10% per 8.000 euro e di altri ancora con aliquota al 22% per 15.000 euro. Gli acquisti complessivamente realizzati ammontano, quindi, a 10.000 + 8.000 + 15.000 euro =33.000 euro. Gli acquisti realizzati con aliquota IVA al 4% sono percentualmente pari a 10.000/33.000 = 0,303 = 30,3%. Gli acquisti di beni con aliquota al 10% sono stati pari a 8.000/33.000 = 0,2424 = 24,24%. Infine, quelli con aliquota al 22% ammontano a 15.000/33.000 = 0,4545 = 45,45%.

Ora, immaginiamo che nello stesso periodo, la nostra farmacia abbia conseguito incassi per 50.000 euro. A questo punto, dobbiamo considerare che il 30,3% di questi dovranno scontare un’aliquota IVA del 4%, il 24,24% un’aliquota del 10% e il 45,45% un’aliquota del 22%. A questo punto, dobbiamo semplicemente effettuare lo scorporo come da esempio precedente, ovvero:

50.000 x 0,303 = 15.150 / 1,04 = 14.567,31 euro

50.000 x 0,2424 = 12.120 / 1,10 = 11.018,18 euro

50.000 x 0,4545 = 22.725 / 1,22 = 18.627,05 euro.

Gli importi trovati sono i corrispondenti netti di ogni gruppo di acquisti per aliquota IVA. Per determinare l’imposta a debito, bisogna semplicemente compiere le seguenti sottrazioni

15.150 – 14.567,31 = 582,69 euro

12.120 – 11.018,18 = 1.101,82 euro

22.725 – 18.627,05 = 4.097,95 euro.

Infine, sommando i tre risultati ottenuti, troviamo l’imposta a debito totale, ovvero 5782,56 euro in questo caso.

Come Ricaricare una Carta Prepagata con Bancomat

Non solo carte bancomat e di credito. Il mondo dei pagamenti è variegato e spesso si ha l’opportunità di godere di strumenti flessibili, dinamici e altamente comodi. Non tutti, per esempio, dispongono di un conto corrente bancario o postale, sebbene oggi ormai sia un prodotto quasi obbligatorio per entrare nel mondo del lavoro, altrimenti non è possibile l’accredito dello stipendio. In ogni caso, esistono soluzioni diverse, come la carta prepagata. In questa guida vi spieghiamo come si ricarica da bancomat questo particolare tipo di carta.

Quando parliamo di carta prepagata, facciamo riferimento a due tipologie essenzialmente, ricaricabile e non ricaricabile, detta usa e getta. Se una carta prepagata non può essere ricaricata, significa che, esaurito il credito, essa non può più essere utilizzata. Dunque, la si getta. Molte carte di pagamento, invece, sono ricaricabili. Questo implica la possibilità per il possessore di accreditarvi una somma anche dopo che il credito residuo è stato azzerato. L’accredito solitamente si ha nei limiti di un importo massimo annuo.

Vediamo adesso proprio come si ricarica una carta prepagata, ponendo particolare attenzione alla modalità da bancomat. Di solito, uno dei modi più semplici consiste nel recarsi presso un punto SisalPay, ovvero da un tabaccaio, in modo simile a quanto si fa ancora oggi per ricaricare la scheda SIM del telefonino. Bisogna fornire al tabaccaio un documento di identità valido, il codice fiscale, oltre che il codice della carta di 16 cifre e la somma da accreditare, maggiorata delle commissioni richiesto. Questo è possibile farlo, per esempio, per le carte BPER, CartaSì, CompassPay, FindomesticPay, ICBPI, QUI Card-Pluton, Postepay, SOLDO e Vodafone Smart Pass.

In alternativa, puoi recarti allo sportello di un istituto bancario e consegnare al funzionario la somma di denaro da accreditare sulla carta o indicare il numero di conto corrente dal quale intendete trasferire il denaro. Anche in questo caso, è previsto il pagamento di una commissione. Se, poi, la carta prepagata si appoggia a un conto corrente e si possiede un conto dotato delle funzionalità di home banking attivate, basta accedervi tramite cellulare, tablet, notebook o Pc, e successivamente cliccando su Ricariche. Dovrai chiaramente avere a portata di mano il codice di 16 cifre della carta da ricaricare.

Non tutte le carte consentono, invece, di effettuare l’operazione dagli ATM. Se è possibile, bisogna recarsi presso lo sportello automatico, inserire la carta bancomat come se si stesse effettuando un prelievo ordinario, ma quando appare sulla schermata il menu, non bisognerà selezionare la voce Prelievo, ma Ricariche e successivamente Prepagate. A quel punto, viene richiesto di digitare l’importo da accreditare sulla carta e dopo ancora il codice di questa. La banca potrebbe applicare 1 o 2 euro di commissione per ogni operazione di questo tipo, a seconda del gruppo di appartenenza e del tipo di contratto siglato.

In definitiva, queste sono tutte le modalità per ricaricare una carta prepagata. Accertati sempre, prima ancora di tentare l’accredito, quali siano i limiti degli importi caricabili. Per esempio, se una carta prepagata nel corso dell’anno solare non può essere oggetto di ricariche per un importo superiore a 2.000 euro e tale cifra è stata utilizzata già per 1800 euro, è evidente che non potrai ricaricare per una cifra residua superiore a 200 euro, in quanto l’operazione non sarebbe consentita. In questi casi, una volta tentato l’accredito da bancomat, sulla schermata dovrebbe comparire un messaggio che avverte del superamento di tale limite. Bisognerà attendere che scatti il nuovo anno solare per effettuare un altro accredito, se l’importo massimo è stato già caricato sulla carta, speso o meno.

Richiesta Part Time – Guida e Fac Simile di Lettera

La richiesta part time è una necessità che può presentarsi nel tempo.
Nel corso della propria carriera lavorativa può accadere che non si disponga più di tutto il tempo necessario per restare sul posto di lavoro per la durata concordata con il contratto. Può anche accadere, si pensi ai lavori manuali, di non possedere le stesse energie di un tempo, per cui si preferirebbe continuare a lavorare, ma per meno ore al giorno o alla settimana

In sostanza, esistono alcune situazioni nelle quali risulterebbe preferibile trasformare il contratto di lavoro da full time a part time, ovvero a tempo parziale. In questa guida, vi spiegheremo in sintesi come richiedere proprio un contratto part time.

Molti rapporti di lavoro oggi sono a tempo parziale, spesso non per volontà del lavoratore, il quale vorrebbe, anzi, lavorare per un numero superiore di ore, in modo da percepire una retribuzione maggiore. Siamo in presenza, quindi, in molti casi di lavoratori part time involontari, espressione dello stato di crisi dell’economia italiana, indicatore di uno stato di parziale disoccupazione sperimentato da chi risulta ufficialmente occupato.

Se è il lavoratore che intende ridurre l’orario lavorativo, diventa necessario per prima cosa approcciarsi con il dovuto rispetto al capo, ovvero avviare un dialogo costruttivo. In generale, quando si chiede alla propria azienda di lavorare di meno, chiaramente riducendo in proporzione la retribuzione, non dovrebbero esserci problemi, specie se l’attività è poco intensa e il datore di lavoro ha l’esigenza di contenere i costi. Diverso è  il caso di un’azienda che opera al massimo delle sue capacità e che troverebbe complicato trovare nell’immediato un lavoratore per rimpiazzare le minori ore lavorate di chi chiede un part time.

In ogni caso, può accadere che il capo non conceda il part time, per cui bisogna trovare il modo di portare la situazione dal proprio lato. Si potrebbe sfruttare al massimo il numero delle ferie e dei permessi disponibili, in modo da godere di giorni durante l’anno, nei quali non lavorare e magari da dedicare alle motivazioni che ci avevano spinti a chiedere la riduzione dell’orario lavorativo. In alternativa, si può scegliere di fare gli straordinari, in modo da accumulare ore in più di lavoro, eventualmente da detrarre nel corso del mese e dell’anno, di fatto avendo un numero maggiore di giorni di riposo. Esempio: anziché 8, lavoro 9 ore al giorno per 20 giorni al mese e dopo 10 mesi accumulo così 200 ore di straordinario, equivalenti a 25 giorni di lavoro, praticamente oltre un mese lavorativo. Potrei prendermi tale periodo in un’unica soluzione per riposarmi o frazionato nell’anno, in modo da avere brevi pause nel corso dei mesi, magari allungando i fine settimana. Chiaramente, gli straordinari trasformati in ferie non verrebbero pagati nei mesi in cui vengono svolti.

Ricordiamo che, per quanto abolita formalmente, esiste ancora una distinzione tra part time verticale, orizzontale e misto. Il primo si ha nei casi in cui l’attività lavorativa viene svolta a tempo parziale, ma solo alcuni giorni della settimana, per esempio faccio 8 ore al giorno per 3 giorni a settimana. Il secondo, quando il lavoratore svolge l’attività tutti i giorni, ma con orario ridotto, per esempio faccio 5 ore al giorno per tutti i 5 giorni di lavoro settimanali. Il terzo, quando il lavoratore lavora sia con un part time verticale che con un part time orizzontale nel corso delle settimane e dei mesi, per esempio una settimana a giorni alterni e una settimana tutta a tempo ridotto.

Mettiamo a disposizione un fac simile di richiesta part time, che può essere scaricato e modificato in base alle proprie esigenze. Il modello deve essere ovviamente adattato, in modo da inserire le informazioni relative alla propria situazione, risulta essere quindi un esempio utile per scrivere la propria lettera di richiesta part time.

Fac Simile Richiesta Part Time