Cosa Sono le Stock Option

Le stock option sono opzioni di tipologia call, europee o americane, e conferiscono il diritto di acquisire, ad un determinato prezzo d’esercizio, azioni di una società.

Caratteristiche

Come in tutte le opzioni call, è possibile esercitare questo diritto solo se il prezzo d’esercizio è inferiore al valore dell’azione. Le stock option hanno però delle peculiarità: innanzitutto sono valide solo per azioni quotate in borsa, e non per società per azioni; inoltre sono gratuitamente conferite ai manager e ai dipendenti (anche se meno frequentemente), che le acquistano senza pagare alcun prezzo e possono usufruirne fino alla scadenza della validità.

Se sei quindi un dipendente o un manager a cui è stata conferita una stock option (se non investi in Borsa e non disponi di un portafoglio diversificato) dovrai tenere a mente che le azioni conferite in modo diretto o tramite opzioni, sono strettamente legate alla tua azienda e al tuo settore, oltre ovviamente ad essere influenzate dalla volatilità di tutte le tipologie dei titoli. Che cosa significa questo? Significa che sarai incentivato, tramite alcune di queste opzioni, ad aumentare la tua produttività, per far andare sempre meglio la tua azienda e per far fruttare di conseguenza i titoli. Generalmente infatti il salario manterrà fissa la sua parte base, e modificherà quella variabile, anche a seconda delle stock option, che ricoprono negli stipendi dei manager cospicue porzioni.

Sembrerebbe che il meccanismo delle stock option vada però contro la legge di concentrazione, che vieta che gli scambi di azioni avvengano al di fuori della borsa. In effetti le azioni delle stock vengono valorizzate ad un prezzo inferiore rispetto al prezzo di mercato. Tuttavia occorre precisare alcuni elementi. Visto che le azioni possono essere considerate come un frazionamento della proprietà d’impresa, esse possono, come ogni tipo di proprietà, essere vendute o donate. La legge sopra citata pone delle limitazioni solo in relazione alla vendita della proprietà d’impresa e non in relazione alla donazione. Pertanto il conferimento risulterà legittimo, considerato il fatto che il manager e il dipendente non pagano queste opzioni.

Esistono tuttavia delle operazioni di arbitraggio, in alcune situazioni. La prima che vale la pena ricordare è quella in cui il prezzo d’esercizio fissato risulta inferiore alla quotazione del titolo nel giorno del conferimento dell’opzione, o in quelli immediatamente precedenti. Si ricordi infatti che la volatilità dei titoli può essere molto elevata, anche in brevi periodi. Vale la pena poi citare l’arbitraggio più evidente, che è quello della rivendita in Borsa di opzioni che non sono costate nulla al lavoratore. In tal modo è infatti possibile esercitare l’opzione nel momento in cui il prezzo del sottostante supera lo strike price. E’ vero che la rivendita in Borsa ha commissioni e tasse analoghe al trattenimento dell’opzione, ma è a rischio zero ed immediatamente liquidabile, ed è per questo vantaggiosa.

Si ricordi infine questa precisazione: l’arbitraggio non ha un costo pari a zero in relazione ai termini fiscali e alle commissioni delle opzioni; in secondo luogo si osservi il metodo usato per stabilire il prezzo dell’opzione. E’ quello di Black e Scholes, che prevede un moto browniano ovvero una continua e veloce variazione dell’azione sottostante, previsione applicabile per quei titoli di borsa che godono di un ampio mercato secondario e che hanno quindi potuto sviluppare un cospicuo mercato di derivati.

Pagamento

Come provvede l’impresa al pagamento per l’esercizio della stock option? Vediamo innanzitutto due modalità di pagamento. La prima avviene tramite denaro, attraverso la richiesta di un’uscita di cassa; la seconda invece prevede la cessione di azioni che possiedono un valore nominale pari al prezzo d’esercizio. In entrambi i casi il passivo aumenta, diminuendo ovviamente la cassa. Il capitale sociale subisce una variazione, visibile in bilancio dagli azionisti.
Esiste poi una terza modalità di pagamento che avviene tramite azioni, attraverso la cessione di quote della società. In questa circostanza il capitale sociale non si modifica in quantità, ma in composizione. Gli azionisti devono prestare attenzione, perché solo tramite una nota integrativa riescono a venire a conoscenza del passaggio di quote avvenuto. Se poi questo sistema di pagamento è utilizzato per una gran quantità di dipendenti, le azioni cedute sono consistenti e ci troviamo di fronte ad un’informazione price – sensitive, non fatta presente al mercato.

Aumento salariale a costo zero

Le stock option consentono all’azienda di aumentare i salari ai propri dipendenti, senza intaccare minimamente l’utile. Vediamo come. Il dipendente può scegliere di non esercitare l’opzione e rivenderla in Borsa. Ricordiamo che tale opzione non è costata nulla all’impresa che la ha emessa, e che il dipendente l’ha ricevuta gratuitamente. Per tanto egli può liberamente scegliere di rivenderla, senza presentarla all’incasso dell’impresa, nel caso in cui il valore dell’opzione sia inferiore rispetto al prezzo d’esercizio. Se poi il dipendente si è precedentemente cautelato e ha sottoscritto un opzione di tipo put (dunque di segno opposto), questo suo arricchimento non provocherà neanche perdite a soggetti con flusso finanziario negativo.

Ovviamente di fronte ad una situazione vantaggiosa, al dipendente conviene esercitare l’opzione. L’azienda quindi dovrà fornire delle azioni: si ricordi che non è legale – diversamente il contratto-derivato è nullo – vendere azioni sotto al pari, il che significa che si potranno sottoscrivere opzioni con strike pari o superiore al valore nominale delle azioni sottostanti. Dunque cedere le azioni significherà per l’azienda una vendita alla pari, senza alcun tipo di guadagno, oppure sopra la pari, con conseguente aumento dell’utile.

Quando l’azienda può rischiare di perdere, con queste operazioni? Per rispondere a questa domanda, basta pensare alla situazione in cui il numero delle opzioni da remunerare tramite gli utili è elevato, oppure alla circostanza in cui il prezzo viene penalizzato da una diminuzione del dividendo per azione. Come ci si può comportare allora? Quello che può fare l’azienda è tentare di bilanciare la situazione, emettendo opzioni call di medesima durata di validità e strike, da incassare eventualmente a scadenza. Il rapporto tra azioni da cedere e da acquistare sarà così riequilibrato. Le stock option non costano alle aziende, per tanto il loro conferimento non viene contabilizzato. E’ anche vero che possiedono però un costo figurato, ovvero quel mancato valore che l’azienda avrebbe incassato, se avesse venduto tali opzioni in Borsa e non ai manager o ai dipendenti. Esse vengono considerate parte di quella componente del salario, estranea al costo del lavoro.

Quali sono infine i vantaggi e gli svantaggi per l’azienda, nel conferire queste opzioni? Vediamo i due casi. Se l’Assemblea degli Azionisti decide di conferirle, si apre alla possibilità di aumentare la produttività con pochi costi e di aumentare gli utili annuali, anche senza creare nuovi business. In caso contrario l’Assemblea potrebbe non voler regalare delle opzioni che invece sono state pagate dalla stessa, e non essere entusiasta di non incassare un sovraprezzo. Inoltre ci sarebbero più azionisti con i quali frazionare i dividendi, senza nel contempo avere un’attività dell’impresa più allargata.

Salario e profitto

Le stock option rappresentano un modo, non visibile al mercato, che diminuisce non i profitti (tradizionalmente contrapposti ai salari), ma comunque la quota di utili che può essere distribuita. Ma che reazioni suscitano, e che effetti producono? A livello ideologico – economico non si può non considerare che colui che riceverà le opzioni si sentirà in possesso di una parte dell’azienda, e dunque parteciperà alla proprietà dei mezzi di produzione. Non solo i manager e i dirigenti, ma anche i dipendenti e i quadri si sentiranno così partecipi della loro realtà lavorativa: tale passaggio avvicina l’azienda al modello americano della public company, con la caratteristica di un azionariato diffuso, ed apre la realtà dell’impresa alla società tutta.

Inoltre, a livello organizzativo, se manager ed azionisti possiedono azioni, si avvicineranno alla figura degli azionisti e l’impresa potrà contare su una squadra che desidera andare nella medesima direzione. Chiunque sarebbe infatti interessato agli utili e ai dividendi della società e diminuirebbe il solito divario che generalmente è presente tra proprietari (quindi azionisti) e dipendenti.

La condizione necessaria per il raggiungimento della situazione prima descritta è considerare le opzioni come un’opportunità da coltivare a lungo termine, tentando di speculare al rialzo, sperare nel successo dell’azienda. Niente invece accadrà se il dipendente o il manager in possesso dell’opzione sistematicamente la rivende, senza occuparsene.

Obblighi legali

Il dirigente di un’azienda non può certamente gestire le stock option a suo piacimento. Deve infatti sottostare ad una serie di obblighi legali, per evitare di compiere reati gravi. Ipotizziamo ad esempio che il dirigente di una società decida di far rialzare temporaneamente i corsi azionari, per trarre profitto dalla vendita delle proprie azioni; operi insomma delle frequenti compravendite su moltissime operazioni con bassi margini di guadagno. Oppure pensiamo che egli decida di non diffondere subito informazioni importanti sull’andamento azionario, ma di sfruttarle a suo vantaggio personale per collocare le sue azioni, prima di un crollo di prezzo. Entrambi questi comportamenti sono ovviamente illegali e rientrano nel reato di insider trading.

Potrebbe inoltre tentare di far rialzare il prezzo delle azioni, che rende conveniente l’esercizio delle stok option, tramite la notizia di licenziamenti. Infatti più si taglia sul costo del lavoro, più ci si attende profitti maggiori e dividendi che si aggirano su un valore, misurabile con un maggiore dividend yield.

Ad una azienda non conviene che il valore della vendita superi un determinato limite, fissato in Italia al 2% rispetto al capitale della società; se si verificasse ciò, il prezzo di mercato potrebbe abbassarsi di molto. L’azienda è comunque obbligata a far presente questa situazione, rispettando anche dei limiti di tempo. Esistono comunque delle società specializzate in questo settore che possono aiutare le aziende e provvedono all’acquisto e alla rivendita del complesso delle azioni di grandi detentori. Esse vengono divise in piccoli pacchetti, appunto per evitare di raggiungere la soglia critica e per permettere alla società di non dare notizia al mercato.

Piani

Per gestire al meglio l’evoluzione dei provvedimenti, la loro approvazione, e per una migliore organizzazione del lavoro, esistono generalmente delle commissioni, individuate all’interno del Consiglio di Amministrazione.
Una di esse è il Comitato Paghe e Remunerazioni, che, come evidente, si occupa delle retribuzioni, fisse o variabili che siano, e di eventuali premi a dirigenti e manager. Occupandosi anche della retribuzione variabile dei dipendenti e dirigenti, questo comitato gestisce di conseguenza la definizione dei piani stock – option.

Ma che cosa gestisce nel dettaglio? Analizziamo i suoi compiti. Innanzitutto esso stabilisce l’entità complessiva delle stock – option da distribuire, determinata di solito a partire dal prezzo medio ponderato delle azioni del mese precedente alla data di emissione; secondariamente puntualizza sia le modalità di emissione (data di acquisto e di scadenza – generalmente entro un anno da quella di emissione – calcolo del prezzo d’acquisto), sia quelle di liquidazione (aumento di capitale sociale o vendita di azioni della società). Il passo successivo del Comitato Paghe e Remunerazioni è quello di decidere chi saranno i beneficiari delle stock, i particolari obiettivi individuali dei dirigenti, verificati ed accertati dopo la approvazione e la certificazione del bilancio d’esercizio, ed infine l’ammontare di stock – option che spetta ad ogni singolo beneficiario.

Società di Selezione – Cosa Sono e Cosa Fanno

Sono società autorizzate dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali che ricercano, selezionano e valutano il personale su specifico ed esclusivo incarico delle aziende.

Le aziende hanno un proprio archivio con i curriculum ricevuti, che vengono consultati quando l’azienda è alla ricerca di nuovo personale. Quando questo archivio non è più sufficiente, l’azienda può decidere di rivolgersi a una società di selezione del personale.

Di cosa si occupano
Pubblicano le inserzioni sui giornali (indicando i profili professionali ricercati dalle aziende) e cercano personale attraverso colloqui con i candidati.
Tutti coloro che sono in cerca di lavoro possono prendere contatto e inviare il proprio curriculum o presentarsi di persona.

Vi segnaliamo la definizione delle società di selezione, data dalla legge.
«Ricerca e selezione del personale»: l’attività di consulenza, di direzione finalizzata alla risoluzione di una specifica esigenza dell’organizzazione committente, attraverso l’individuazione di candidature idonee a ricoprire una o più posizioni lavorative in seno all’organizzazione medesima, su specifico incarico della stessa, e comprensiva di: analisi del contesto organizzativo dell’organizzazione committente; individuazione e definizione delle esigenze della stessa; definizione del profilo di competenze e di capacità della candidatura ideale; pianificazione e realizzazione del programma di ricerca delle candidature attraverso una pluralità di canali di reclutamento; valutazione delle candidature individuate attraverso appropriati strumenti selettivi; formazione della rosa di candidature maggiormente idonee; progettazione ed erogazione di attività formative finalizzate all’inserimento lavorativo; assistenza nella fase di inserimento dei candidati; verifica e valutazione dell’inserimento e del potenziale dei candidati.

Si tratta quindi di uno strumento utile per chi cerca lavoro.

Economia Solidale – Definizione e Significato

L’economia solidale rappresenta un nuovo modello economico.
Ideata per sopperire alla crisi economica, ha promosso forme di consumo più consapevoli basate sulla condivisione, la sostenibilità e il risparmio.
Le numerose piattaforme digitali hanno dato una spinta propulsiva allo sviluppo di questo fenomeno mettendo direttamente in contatto le persone per condividere, scambiare, noleggiare, affittare, barattare quello che non si usa.

Il Commercio Equo e Solidale
Il commercio equo e solidale si basa sull’idea che sia possibile una forma di economia alternativa, fondata sulla solidarietà con i paesi economicamente meno sviluppati. Le merci vengono acquistate direttamente dai produttori locali, senza intermediazioni, garantendo loro un giusto guadagno.
Un ulteriore scopo di questo tipo di commercio è quello di favorire lo sviluppo delle economie locali e delle comunità a loro legate, anche attraverso la creazione di reti di collaborazione fra singoli produttori. Una parte dei guadagni viene investita nell’impresa stessa. Il rimanente, distribuito alle famiglie, serve a migliorare le loro condizioni di vita e, complessivamente, quelle della comunità.
Inoltre produttori e acquirenti del prodotto devono rispettare una serie di regole, fra cui il divieto del lavoro minorile, l’impiego di materie prime rinnovabili, il rispetto per l’ambiente.
Le Botteghe del Mondo sono il canale di diffusione delle tematiche e dei prodotti del Commercio Equo e Solidale, sono presenti su quasi tutto il territorio nazionale e spesso vengono gestite da organizzazioni basate sul volontariato.
Nel 2005, inoltre, l’AGICES – Assemblea Generale Italiana del Commercio Equo e Solidale – ha approvato la nuova stesura della Carta Italiana dei Criteri del Commercio Equo e Solidale, che definisce gli obiettivi condivisi da tutte le organizzazioni italiane che operano nel settore.
I punti vendita del commercio equo e solidale non sono distribuiti in modo omogeneo sul territorio nazionale. I principali prodotti acquistabili nelle botteghe sono gli alimentari (fra cui caffè, tè, miele, cioccolato, zucchero, biscotti, cereali, conserve), l’artigianato (abbigliamento, giocattoli, ceramiche, arredamento) e i prodotti per l’igiene personale e della casa.
Una pratica di commercio sostenibile è quella della vendita di prodotti senza imballaggi. Si tratta di catene di francising o di piccole attività commerciali dove acquistare prodotti d’uso comune sfusi: la quantità giusta (meno spreco) con meno imballaggi (meno rifiuti).

I Gruppi di Acquisto Solidale (GAS)
I GAS – Gruppi di Acquisto Solidale – sono costituiti da persone che acquistano all’ingrosso prodotti alimentari o di uso comune e li ridistribuiscono fra di loro. La scelta dei fornitori viene effettuata in base a criteri etici, sociali e ambientali, al fine di promuovere
-l’acquisto di prodotti locali, da una parte per ridurre l’inquinamento e lo spreco energetico dovuti al trasporto della merce, dall’altra per favorire la conservazione e il recupero delle tradizioni locali e incentivare l’attività dei piccoli produttori;
-il consumo di beni prodotti nei paesi in via di sviluppo;
-il consumo di prodotti biologici, ecologici ed ecocompatibili;
-la pratica del riciclo di imballaggi e confezioni per diminuire l’impatto ambientale.
Il funzionamento di base di un gruppo d’acquisto prevede che i suoi membri definiscano i prodotti su cui effettuare gli acquisti collettivi. In base ai fornitori scelti, ciascuno stila proprio ordine. Con cadenza periodica e a turno, uno dei componenti del gruppo raccoglie le liste della spesa ed effettua un ordine collettivo collettivo. Quando arriva la merce, i prodotti vengono consegnati nei “punti di snodo”, dove ogni acquirente può effettuare il ritiro e pagare la sua parte dell’ordine.

L’agricoltura biologica
L’agricoltura e l’allevamento biologici differiscono da quelli convenzionali per il loro ridotto utilizzo di prodotti di sintesi per concimare e combattere i parassiti, il rispetto della naturale fertilità del suolo, la tutela del benessere degli animali.
Questo tipo di coltivazioni e allevamenti sono normati dai Regolamenti CEE 1804/1999 e 834/2007, che stabiliscono una serie di regole precise.
In particolare, le aziende che scelgono il biologico devono convertire il loro sistema produttivo per rendere minimo l’impatto sull’ambiente, riducendo ogni forma di inquinamento, impiegando tecniche di risparmio idrico e incentivando l’impiego di energie rinnovabili. E’ escluso l’utilizzo di sostanze chimiche per la difesa delle piante e la fertilizzazione dei terreni, tranne quelle ammesse dal regolamento comunitario, così come è vietato produrre OGM (Organismi Geneticamente Modificati) o, ancora, ricorrere a trattamenti post-raccolta (ad esempio irrorare di antimuffa le bucce delle arance o spolverizzare le patate di antigermogliativi).
Per quanto riguarda le produzioni di origine animale, non sono consentiti gli allevamenti “senza terra”, perché le deiezioni degli animali sono un ottimo concime naturale, ma soprattutto perché le tecniche di allevamento devono essere tali da causare la minor sofferenza possibile agli animali e rispettare il loro benessere. L’alimentazione degli animali deve provenire in massima parte da coltivazioni biologiche. Sono banditi, in questo senso, anche i mangimi medicati, ossia arricchiti di antibiotici e ormoni per accelerare la crescita del bestiame. L’utilizzo di sostanze di sintesi e medicinali è consentito solo per specifiche esigenze veterinarie.

Farmers’ Market – I Mercati del Contadino
I Farmers’ Market sono i mercati in cui gli agricoltori possono vendere i loro prodotti direttamente al consumatore. Il principio su cui si basano è quello della “filiera corta”, che prevede un rapporto diretto tra il produttore agricolo e il consumatore finale. Inoltre la merce viene trasportata una volta sola, con un risparmio dei costi di trasporto, una riduzione dell’inquinamento e un risparmio sul prezzo di vendita. I prodotti venduti, infine, sono più freschi.
I Farmers’ Market sono stati istituiti ufficialmente solo con la Legge Finanziaria del 2007: “al fine di promuovere lo sviluppo dei mercati degli imprenditori agricoli a vendita diretta”, anche se un precedente Decreto Legislativo del 2001[2] permetteva agli imprenditori agricoli di vendere direttamente i prodotti alimentari.
Una nuova modalità di vendità favorita dalla tecnologia, è la spesa on line di prodotti agricoli direttamente dai produttori attraverso portali che mettono in comunicazione utenti e aziende presenti sul territorio.

Condividere, scambiare, riciclare oggetti e servizi.
L’economia della condivisione è una modalità per cui le cose e le ricchezze di ognuno possono diventare risorse comuni attraverso lo scambio e il riuso con una concezione antitetica dello sviluppo fondato sul consumo senza limiti.
Numerose piattaforme digitali hanno determinato un impulso notevole a queste pratiche diventando un supporto indispensabile; l’offerta di portali on line copre quasi tutti i settori: oggetti usati, abitare, viaggiare, bambini, cultura, denaro, cibo, lavorare, tempo libero, competenze.
Le Socialstreet sono gruppi di cittadini che attraverso l’uso di Facebook organizza un’iniziativa di socializzazione nella propria strada di residenza con l’obiettivo di creare legami, condivisioni di bisogni, risorse, conoscenze e professionalità, portando avanti progetti di interesse comune con i benefici derivanti da una maggiore interazione sociale.

Mobilità e viaggiare
L’economia collaborativa ha favorito la nascita di nuovi modi per spostarsi dentro e fuori città, basati sul risparmio economico e sulla riduzione dell’impatto ambientale. A Torino questi obiettivi si realizzano attraverso le seguenti iniziative:
BIKE SHARING. Informazioni dettagliate nella scheda orientativa Noleggio biciclette a Torino e dintorni
CAR SHARING. Servizio di auto in condivisione dove si acquista l’uso dell’auto per il tempo necessario alle proprie esigenze. Il sistema prevede l’iscrizione, la prenotazione, l’uso e la riconsegna.
Alcune piattaforme di CARPOOLING (auto in condivisione)consentono di trovare compagni di viaggio si costituiscono community legate al luogo di lavoro o di studio, la cui iscrizione definisce il profilo e lo status di utente certificato.

Finanza etica
La finanza eticasi fonda su un modello alternativo a quello capitalistico tradizionale. L’obiettivo è la ricerca di una finalità sociale dell’attività finanziaria. Il Credito etico utilizza forme di investimento fatte nella comunità, in progetti e attività che portano beneficio diretto alla collettività, specialmente a quelle categorie di persone o imprese che più difficilmente riescono ad avere accesso al credito. Le caratteristiche della finanza etica sono la partecipazione diretta dei soci alla gestione e alla scelta dei finanziamenti da effettuare; la trasparenza sul modo in cui viene utilizzato il risparmio; un sistema di garanzie di tipo personale piuttosto che patrimoniale; un’attenzione prevalente nei confronti dei progetti delle organizzazioni del terzo settore.
Risulta essere possibile identificare tre categorie di fondi esistenti
-i fondi etici, basati sul criterio di evitare di finanziare le attività non in linea con l’etica di chi li promuove e/o di vincolare l’impiego dei risparmi alle imprese che dimostrano di ricercare il miglioramento dell’impatto sociale o ambientale della propria attività;
-i fondi del settore ambientale, che investono in imprese appartenenti al settore ambientale tradizionale, costituito da quattro principali tipi: gestione delle acque, riciclaggio dei rifiuti, tecnologie ambientali, recupero terreni abbandonati o consulenza ambientale;
-i fondi verdi, che investono principalmente tra le imprese che utilizzano energia pulita, nelle imprese agricole biologiche, nelle imprese di turismo ecologico e nelle imprese che offrono al dettaglio prodotti ecologici.

MAG – Mutue di Auto Gestione
Il progetto della banca “diversa” ha radici già a partire dagli anni ‘70 con la nascita delle MAG – Mutue di Auto Gestione, società cooperative che operano nell’ambito della finanza etica.
Obiettivo primario di una Mutua di Auto Gestione è quello di investire il denaro dei soci, che viene raccolto sotto forma di capitale sociale, per finanziare iniziative economiche autogestite: per esempio, offrire opportunità di finanziamenti etici e solidali oppure erogare prestiti con tassi d’interesse a condizioni di rientro vantaggiose. Una volta rientrati, i fondi vengono subito riutilizzati per nuovi finanziamenti o progetti.
L’organo principale è costituito dal Consiglio di Amministrazione, i cui membri vengono eletti durante le assemblee dei soci. Ogni socio ha diritto al voto e può partecipare sia alle assemblee periodiche sia alle riunioni del Consiglio; in questo modo viene garantita la massima trasparenza nell’ambito della gestione interna.
In seguito a provvedimenti legislativi contro il riciclaggio del denaro, le MAG hanno visto una limitazione della loro attività (per esempio a causa della necessità di dotarsi di un capitale sociale minimo di 1 miliardo, o a causa del divieto per le cooperative di raccogliere risparmio).
Le MAG sono state tra i fondatori del progetto per la costituzione della Banca Etica.

Banca Etica
La Banca Etica è un istituto bancario nato per supportare lo sviluppo di iniziative legate all’intervento nel sociale, capace di convogliare parte dei risparmi e delle disponibilità finanziarie dei cittadini verso un uso etico, rispettoso dell’ambiente, socialmente utile e a favore di quei progetti che mettono in primo piano le fasce deboli della popolazione.
I soggetti che possono beneficiare dei finanziamenti sono, dunque, la cooperazione sociale e le attività nel campo della tutela ambientale, della promozione dei diritti umani e culturali, della cooperazione internazionale e del Commercio Equo e Solidale. Sono esclusi invece finanziamenti a imprese che, ad esempio, producono armi o hanno legami con stati che non rispettano i diritti umani.
La Banca Etica offre alla propria clientela i normali servizi bancari, con tassi di interesse però leggermente più bassi rispetto a quelli delle altre banche.
Le Banche Etiche, come le Banche dei Poveri, operano spesso anche nell’ambito del microcredito, fornendo a clienti particolarmente disagiati prestiti di importo anche minimo e tassi di interesse molto bassi.

La Banca del Tempo
La “Banca del Tempo” è un’associazione i cui membri scambiano tempo e competenze. Ognuno può offrire un servizio e riceverne un altro. Le prestazioni sono valutate in termini di ore (per esempio, si può scambiare un’ora di lavori domestici con un’ora di giardinaggio).
In Italia l’esistenza delle Banche del Tempo è stata riconosciuta ufficialmente con l’articolo 27 della Legge 53/2000.
I principi ispiratori sono:
-il tempo come unità di misura e come forma di scambio alternativa al denaro;
-la parità delle prestazioni;
-la gratuità degli scambi.
Quando ci si iscrive a una Banca del Tempo (alcune richiedono il pagamento di una quota associativa) bisogna segnalare i servizi che si intendono dare e quelli che si intendono ricevere. Verranno rilasciati due blocchetti con matrice: uno per le ore date e uno per quelle ricevute. La Banca riceverà un “assegno” sia da chi ottiene la prestazione sia da chi la fornisce: in questo modo effettua un conteggio delle ore date e di quelle ricevute per ogni singolo socio.
Le prestazioni possono essere le più varie: dalla cura della casa e dei bambini, alle piccole manutenzioni, a consulenze di varia natura.