Delega per Ritiro Documenti – Fac Simile e Guida alla Compilazione

Può capitare di dovere ritirare un certificato in un ufficio pubblico. Spesso, nonostante solo il diretto interessato possa ritirare tali documenti, non si ha il tempo per recarsi sul posto a prenderli, magari perché gli orari di apertura degli uffici o studi non coincidono con quelli disponibili. In questi casi, grazie a una delega, potrai autorizzare una terza persona a ritirare il dovuto.

Il punto è che bisogna rispettare l’impostazione obbligatoriamente prevista allo scopo, ovvero la delega che dovrai compilare è tenuta a contenere tutte le informazioni obbligatoriamente previste dalla legge. Vediamo di capirci meglio.

Di solito una delega è suddivisa in tre parti e il delegante è tenuto a compilarle tutte, oltre che da una quarta parte, che è destinata al personale incaricato di rilasciare il documento. Si ha, per iniziare, la parte alta del foglio con l’intestazione della struttura che rilascia il modulo. Successivamente, bisogna inserire tutti i propri dati personali, ossia nome e cognome, dato e luogo di nascita, indirizzo di residenza. Inoltre, si dovrà allegare una copia del documento di identità e in corso di validità. Infine, si dovrà indicare il codice fiscale.

A questo punto, viene la parte riservata al delegato, cioè la persona che si presenterà per il ritiro dei documenti, nome e cognome, luogo e data di nascita, indirizzo di residenza, indicazione del proprio documento di identità e codice fiscale.

Dopo avere compilato queste parti, troviamo quella relativa all’indicazione esatta della ragione per cui il delegante affida al delegato il compito di ritirare per suo conto il documento. In sostanza, si dovrà fare attenzione a indicare la data in cui avverrà il ritiro e in relazione a cosa. Per essere più chiari, la delega non potrà essere generica, del tipo si delega Tizio a ritirare i documenti in mia vece, senza specificare quali e in quale data.

Infine, esisterà una quarta parte a disposizione del personale dell’ufficio che rilascerà il documento. Esso dovrà indicare i propri nome e cognome e firmare la delega, dopo avere controllato che tutti i dati obbligatori siano stati inseriti e corrispondano ai documenti allegati. A questo punto, il personale incaricato della consegna dovrà inserire una frase di questo tipo, è stata verificata la corrispondenza tra gli estremi dichiarati e i documenti esibiti dal delegato. Di solito, la struttura appone il timbro a conferma della verifica avvenuta.

Ora, i moduli sono abbastanza simili tra loro, diciamo standard, nonostante possano cambiare in base alle specificità dei documenti da rilasciare. In ogni caso, i dati obbligatori richiesti risultano gli stessi. Si faccia attenzione, poi, che il delegato dovrà non solo consegnare in allegato anche una copia del documento d’identità del delegante, ma dovrà anche provvedere a fornire il proprio, al fine di consentire alla struttura di accertarsi che sia effettivamente la persona delegata e indicata.

Il consiglio, se possibile, è di ritirare nell’ufficio in cui si dovrà esibire la delega il modulo apposito, così da evitare inutili perdite di tempo o magari per non rischiare di non vedersi riconosciuto il documento della delega, in quanto incompleto in qualche sua parte. Non importa effettivamente nemmeno che il delegante compili di pugno proprio la delega, restando sufficiente che la firmi.

Modello Delega Ritiro Documenti

Fede di Deposito e Nota di Pegno

La fede di deposito è un titolo di credito, rappresentativo di merci, che assegna al possessore il diritto di ricevere le merci in essa specificate. Esso ha anche il diritto di possesso sulle medesime e quello di disporne tramite trasferimento del titolo, ma non anche la proprietà, che si acquisisce solo con la disponibilità materiale dei beni. La conseguenza è che il pegno, il sequestro, il pignoramento e ogni altro vincolo sui beni non hanno efficacia, se non insiste sul titolo indicante il loro possesso. La fede di deposito, così come la nota di pegno, sono trasferibili mediante girata, sia unitamente che separatamente. Dunque, il possessore della fede di deposito e della nota di pegno ha il diritto di vedersi riconsegnati i beni indicati sui due titoli, sempre che paghi i diritti di magazzinaggio e doganali.

Si tratta anche di un diritto letterale, nel senso che il debitore non può opporre al possessore eccezioni relative ai suoi rapporti con i precedenti possessori o alla illiceità o inesistenza della causa, sempre che il possessore sia in buona fede e non abbia agito con il preciso scopo di recare un danno al debitore.

Il possessore della sola fede di deposito non ha il diritto di vedersi riconsegnare le merci indicate nel titolo, a meno che non depositi al creditore pignoratizio la somma dovuta, e il possessore della sola nota di pegno può chiedere la vendita della cosa, sempre che abbia levato il protesto nei casi di inadempienza contrattuale del debitore. Dopo avere proceduto alla vendita, può anche agire con azioni di regresso nei confronti dei giranti.

Tecnicamente, la fede di deposito è un documento cartaceo recante filigrana e che individua il magazzino dove avviene il deposito delle merci. Essa deve contenere la sottoscrizione dell’esercente, oltre a nome, cognome, ditta o domicilio del depositante o del terzo designato, luogo del deposito, natura e quantità delle cose depositate, eventuale pagamento dei diritti doganali o della polizza assicurativa, nome dell’eventuale perito o stimatore, nel caso in cui la merce sia stata sottoposta a perizia o stima.

Alla fede di deposito va allegata la nota di pegno, che contiene le stesse indicazioni e che va staccata insieme alla prima da un unico registro madre a figlia, dovendosi conservare presso il magazzino.

La materia è regolata dall’art.1790 del Codice Civile, I magazzini generali, a richiesta del depositante, devono rilasciare una fede di deposito delle merci depositate. La fede di deposito deve indicare il cognome e il nome o la ditta e il domicilio del depositante, il luogo del deposito, la natura e la quantità delle cose depositate e gli estremi atti a identificarle, se per la merce sono stati pagati i diritti doganali e se essa è stata assicurata.

La fede di deposito, unitamente alla nota di pegno, agevola la circolazione delle merci, in quanto ne consente il trasferimento della proprietà con la sua circolazione, senza che la merce, quindi, venga di continuo spostata da un luogo all’altro, ne consegue anche, però, che tali titoli debbano essere dettagliati per consentire l’individuazione del depositante.

In dottrina, ormai questi due documenti vengono considerati titoli di credito, dai quali si differenziano, tuttavia, rispetto al loro significato in senso stretto, essendo titoli rappresentativi o dispositivi o di tradizione, nel senso che rappresentano le merci in essi individuati, consentendone l’individuazione, a differenza dei titoli di credito veri e propri, che attestano il diritto per il possessore di ricevere le quantità di merci indicate. Sono anche definiti di deposito per sottolinearne la causale legata a un sottostante rapporto di deposito, contrariamente ad altro documenti, come quello di trasporto, che riflette per l’appunto il trasferimento di merce da un luogo all’altro.

L’emissione di questi titoli non altera la natura e gli effetti del contratto di deposito nei magazzini generali, ma interviene sulla legittimazione del possessore dei medesimi, in quanto il magazzino generale è tenuto a consentire non al depositante, ma al titolare della fede di deposito e della nota di pegno a disporre delle cose depositate. Nel caso in cui un soggetto possedesse solamente la fede di deposito, questi potrebbe disporre dei beni depositati, mentre il titolare della sola nota di pegno vanterebbe solo un diritto reale su di esse.

L’emissione di tali documenti è prevista solamente per i magazzini generali autorizzati e la legge sanziona penalmente chi emette tali titoli senza averne il diritto. Tuttavia, nonostante sia illecita, tale emissione eventualmente non comporterebbe l’invalidità del titolo, non essendo requisito essenziale che venga emesso da parte di un soggetto autorizzato. La disciplina è così rigida per ragioni di ordine pubblico, in quanto la circolazione di documenti rappresentativi di merci depositate presuppone l’esistenza del complesso di quegli apparati di vigilanza a tutela del creditore, cosa che non si avrebbe nel caso in cui un magazzino generale emettesse i titoli sprovvisto di autorizzazione.

Codice Disciplinare Aziendale – Fac Simile e Guida

Il codice disciplinare aziendale è l’insieme delle regole che disciplinano la condotta del lavoratore sul posto di lavoro, determinando le sanzioni comminabili per le infrazioni commesse. L’art.7, comma 1, dello Statuto dei Lavoratori, legge n.300/1970, stabilisce che le norme disciplinari relative alle sanzioni per le infrazioni commesse devono essere portate a conoscenza del lavoratore, anche attraverso la loro affissione in un luogo pubblico accessibile sul lavoro.

Il codice disciplinare può essere predisposto dal Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro o unilateralmente dal datore di lavoro, sempre che anche in questo secondo caso venga portato a conoscenza del lavoratore. Tuttavia, nella generalità dei casi, le norme disciplinari sono inserite nella contrattazione collettiva nazionale, ovvero nell’insieme degli accordi stipulati tra i rappresentanti sindacali di categoria e il mondo delle imprese. Questo non esclude che la singola azienda possa introdurre modifiche o predisporre un proprio codice disciplinare, sempre che questi non sia mai peggiorativo della condizione del lavoratore, rispetto a quanto previsto dal CCNL.

Dunque, questa è la situazione in Italia, il codice disciplinare viene inserito in un contratto nazionale, recepito dalle aziende, le quali singolarmente possono anche apportare modifiche o predisporre un codice proprio, nel caso in cui non aderiscano ad alcun contratto nazionale, sempre che le norme di rango inferiore non deroghino in peggio per il lavoratore norme di rango superiori. Il datore di lavoro può stabilire unilateralmente le norme disciplinari e le relative sanzioni nei casi di infrazione, ma sempre sulla base di una previa conoscenza da parte del lavoratore e di una corrispondenza tra sanzione e infrazione commessa. In altre parole, la pena deve mostrarsi sempre proporzionata alla gravità del fatto contestato.

La pubblicità del codice disciplinare viene giudicata, quindi, dal legislatore necessaria per la sua stessa validità, ma non anche per il licenziamento disciplinare, visto che la Cassazione ha riconosciuto come quello avvenuto per giusta causa o giustificato motivo soggettivo non necessiti di pubblicità, sentenza n.19306 del 25/09/04. Per il resto, le modalità di pubblicizzazione del codice disciplinare, sempre secondo i giudici della Cassazione, non possono prescindere dall’affissione in luogo di transito per tutti i lavoratori e non solo per alcuni. Ogni altro metodo non sarebbe sostitutivo. Ne consegue che il datore di lavoro deve affiggere le norme disciplinari in un luogo accessibile a tutti i lavoratori. Nonostante la tecnologia lo renda possibile, allo stato attuale non è ancora ammesso nel settore privato alle aziende di utilizzare strumenti alternativi all’affissione per portare a conoscenza del lavoratore le norme disciplinari e le annesse sanzioni per i casi di infrazione. Al contrario, nel settore pubblico è stata riconosciuta la possibilità per l’ente di divulgare il codice disciplinare in rete quale metodo sufficiente e alternativo all’affissione sul posto di lavoro.

Qualora i lavoratori o alcuni di essi svolgessero attività presso locali di soggetti terzi, anche in essi deve essere affitto il codice disciplinare. Non solo. Di recente, parte dei giuristi si è spinta a ipotizzare anche che esso debba essere linguisticamente accessibile, ovvero comprensibile dai destinatari. Se, per esempio, in azienda vi fosse un congruo numero di dipendenti stranieri, il datore di lavoro avrebbe il dovere di affiggere il codice disciplinare anche in una lingua straniera conosciuta da questi. Tuttavia, ad oggi non è imposto alcun obbligo in questo senso, ragione per cui il lavoratore straniero resta perseguibile nel caso di infrazione, indipendentemente dalla traduzione o meno delle norme disciplinari in una lingua a lui comprensibile.

La giurisprudenza maggioritaria ritiene che lo Statuto dei Lavoratori non possa applicarsi alla lettera a ogni realtà produttiva. L’Italia è caratterizzata dalla presenza, nella grande maggioranza dei casi, di attività piccole o medio piccole, che non possono permettersi di stilare un codice disciplinare comprensivo di ogni possibile infrazione sanzionabile. In realtà, per esigenze pratiche ciò sarebbe proibitivo persino per un’azienda di medio grandi dimensioni. Pertanto, è sufficiente che il datore di lavoro elenchi le tipologie di infrazioni oggetto delle sanzioni, definendo anche queste. Nel concreto, vengono affisse sul luogo di lavoro norme molto generiche, che spesso finiscono per non fornire al lavoratore un’idea precisa di quali casi  possono essere oggetto di sanzioni disciplinari.

In un sistema  di questo tipo la discrezionalità del datore di lavoro si amplia, visto che può estendere i casi in cui comminare sanzioni, non essendo delineati nel codice. Per fortuna, questi possibili abusi sono limitati dall’appartenenza della singola azienda a una specifica categoria produttiva, che a sua volta ha firmato con i sindacati un contratto nazionale e magari anche uno territoriale o persino di secondo livello. In questi casi, si rimanda proprio agli accordi contemplati dall’art.7 dello Statuto, sebbene l’espressione generica abbia avallato in passato qualche dubbio sull’applicabilità delle previsioni contenute nel CCNL anche per le imprese che non lo recepiscono, non avendolo la propria associazione di categoria firmato. Il problema non si pone, in quanto l’azienda resta soggetta solamente ai contratti firmati dalla propria associazione di categoria di appartenenza, oltre che a quelli stipulati direttamente con i rappresentanti dei lavoratori.

Fac Simile Codice Disciplinare Aziendale

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