Trasferimento Conto Corrente – Come Fare

Il trasferimento di un conto corrente da una banca a un’altra è stato sino al recente passato un’operazione farraginosa, lunga e non sempre autorizzata dall’istituto. Le banche italiane, infatti, trovavano poco conveniente consentire al cliente di potere trasferire le giacenze residue sul conto accesso presso di loro verso un istituto concorrente. Di fatto, si era instaurata una sorta di restrizione della concorrenza, che si traduceva in una limitazione della libertà dei clienti con riferimento alla cosiddetta portabilità del conto.

Nel 2007, la famosa introduzione delle liberalizzazioni aveva imposto alle banche l’obbligo di consentire al cliente il trasferimento del conto, ma non era stato previsto un termine per effettuare l’operazione. Accadeva, quindi, che la banca consentisse per obbligo normativo una simile operazione, ma si prendesse tutto il tempo possibile per eseguirla, sia per cercare di lucrare il più lungo periodo possibile sul conto del cliente, sia per dissuaderlo anche solo dal farne richiesta. Capitava così che le banche si prendessero anche due mesi di tempo e che dimenticassero di fare firmare l’ex cliente, cosa che comportava l’impossibilità di dare esecuzione al trasferimento. Inoltre, la banca verso la quale sarebbe dovuto essere acceso il nuovo conto pretendeva che il cliente si presentasse ai suoi sportelli per effettuarne richiesta. Tutti metodi volutamente restrittivi della concorrenza, frutto di accordi tra gli istituti.

trasferimento conto corrente online

Recentemente, però, la situazione è cambiata, perché un decreto del governo ha fissato tempi certi per la portabilità del conto corrente, in modo da comprimere al minimo i disagi per il titolare. Le nuove norme fissano adesso criteri molto più favorevoli al cliente. Questi dovrà chiedere il trasferimento del conto corrente presentandosi agli sportelli della banca verso la quale intende portarlo. Qui, dovrà compilare un modello unico di autorizzazione, dal quale risulteranno i bonifici in entrata, gli ordini permanenti di pagamento e gli ordini di addebito, che devono essere trasferiti. Nello stesso documento va inserita la data, a partire dalla quale i pagamenti vanno trasferiti sul nuovo conto. Per legge, tale data non può essere inferiore ai sei giorni lavorativi dalla ricezione della documentazione trasmessa dalla vecchia banca. Di fatto, la procedura deve concludersi entro 12 giorni lavorativi dalla richiesta alla nuova banca. I tempi sono uguali per tutti gli istituti di credito.

I tempi per la conclusione dell’operazione diventano certi, perché non esiste più alcuna discrezione da parte dei singoli istituti. La richiesta di trasferimento deve essere inviata entro due giorni e la vecchia banca ha a disposizione fino a 5 giorni per consegnare tutta la documentazione necessaria, vale a dire l’elenco degli ordini di pagamento, di addebito diretto, nonché dei bonifici in entrata e in uscita ricorrenti degli ultimi 13 mesi, in modo che il loro reindirizzamento sia automatico.

La vecchia banca deve annullare gli ordini permanenti a partire dalla data indicata nella richiesta di trasferimento, ma non prima, in modo da evitare possibili disguidi. La vecchia banca deve anche trasferire alla banca nuova l’eventuale saldo positivo, al netto degli eventuali bolli ancora da addebitare e delle spese di tenuta del conto, secondo il contratto, oltre che chiudere il conto alla stessa data indicata dal consumatore.

La vecchia banca deve anche avvertire l’ormai ex cliente dell’eventuale sussistenza di operazioni, che non possano essere concluse entro i termini previsti. Il cambio del conto, invece, va indicato ai gestori dal nuovo istituto, non più dal cliente. Lo stesso decreto fissa anche le sanzioni per le banche che non rispettino le norme. In caso di mancato rispetto delle modalità e dei termini stabiliti, esse hanno l’obbligo di risarcire il cliente in misura proporzionale al ritardo e alla giacenza residua sul conto al momento della richiesta del trasferimento. Per il solo mancato rispetto dei tempi, le sanzioni sono comprese tra un minimo di 5.160 a un massimo di 64.555 euro.

La nuova normativa ha il pregio, quindi, di fissare tempi certi e di eliminare quasi totalmente la discrezionalità delle banche in materia. Si pone fine ai disagi derivanti dal periodo di sospensione tra il vecchio e il nuovo conto, durante il quale non è possibile, tra l’altro, l’accredito dello stipendio o della pensione, la ricezione di bonifici, oltre che l’eventuale addebito delle utenze domestiche o l’invio di bonifici di pagamento verso terzi. Nessun problema nemmeno sul fronte della gestione del conto titoli, quello obbligatorio per effettuare investimenti in azioni, obbligazioni e altri strumenti finanziari.

Altra previsione non meno importante è l’obbligo per la vecchia banca di rimborsare al cliente la quota residua di canone già pagato. Per esempio, se all’inizio dell’anno ho pagato in un’unica soluzione un canone di 30 euro per i 12 mesi e al 30 giugno viene effettuato il trasferimento del conto, al cliente devono essere risarciti 15 euro, quelli attinenti al periodo non goduto.

Giacenza Media Annua Conto Corrente – Calcolo e Guida

In questa guida spieghiamo come effettuare il calcolo della giacenza media annua conto corrente.

A partire dal 2016, per potere accedere alle prestazioni assistenziali e alle agevolazioni previste dallo Stato è necessario ottenere il rilascio della DSU, la Dichiarazione Sostitutiva Unica, tesa a accertare chi effettivamente abbia bisogno di assistenza sociale e chi no.

giacenza media annua conto corrente

L’idea alla base di questa nuova normativa è di evitare alcune incongruenze, che fino a oggi hanno visto famiglie relativamente benestanti accedere a servizi anche a discapito di chi ne avrebbe avuto diritto, a causa della mancanza di dati sufficienti per valutare la situazione economico patrimoniale di ciascun nucleo.

Si pensi a una famiglia con reddito dichiarato ai fini ISEE, per ipotesi, di 5.000 euro, ma che in banca magari possiede un conto di un milione di euro. Non sarebbe corretto che acceda a una prestazione assistenziale. Vediamo, allora, come fare per stanare i furbi e garantire l’erogazione di servizi ai veri bisognosi, Semplice, includendo nella dichiarazione i dati relativi agli eventuali conti posseduti in banca o alla posta.

Per adesso, a dire il vero, non stiamo parlando di una novità assoluta. Già con le precedenti dichiarazioni ISEE bisognava inserire i dati sui conti bancari e postali. Lo stesso dicasi per le iscrizioni all’università, al fine di calcolare l’eventuale esenzione dal pagamento delle tasse universitarie e per calcolarne l’importo. Un aspetto tecnico apparentemente neutro, ma che fa la differenza con il passato è il calcolo della giacenza media annua del conto corrente.

Accadeva, infatti, che con le precedenti dichiarazioni ISEE, universitarie, venisse chiesto al contribuente di segnalare solo il saldo al 31 dicembre dell’anno passato di un proprio conto corrente o postale. Questo particolare dava vita in molti casi a trucchi per aggirare le eventuali limitazioni per accedere alle prestazioni. Se un contribuente possedeva, per esempio, un conto da 20.000 euro, egli poteva svuotarlo il 30 dicembre, in modo che il 31 risultasse pari a zero. La conseguenza è ce accedeva alle prestazioni richieste ugualmente, presentando un conto da povero.

Con la richiesta di segnalazione della giacenza media annua, questo trucco non ha più senso, perché il contribuente viene indicato di scrivere quale sia l’importo detenuto sul conto in media nell’anno. Esempio, ho sul conto una giacenza di 1.000 euro in un giorno, di 2.000 euro in un altro e di 9.000 euro in un altro ancora. Vediamo quale risulta essere la giacenza media dei tre giorni. Il calcolo è presto fatto, 1.000 + 2.000 + 9.000 = 12.000 / 3 = 4.000 euro.

Ecco, questo è il modo in cui si calcola la giacenza media di un conto corrente o postale, si prendono i saldi quotidiani, si sommano e si suddividono per 365, i giorni dell’anno, o 366, se è un anno bisestile. Ogni trimestre, tranne che non vi abbiate rinunciato, la banca vi invia un estratto conto. Esso si compone di due colonne, una per gli importi a credito e una per quelli di addebito . Dovete sommare i valori della prima colonna e poi anche quelli della seconda, questi ultimi con il segno meno. A questo punto, sottraete dal saldo della prima il saldo della seconda e otterrete il saldo netto del primo trimestre. Dividete questo per i numeri di giorni del trimestre. Visto che in un anno vi sono quattro trimestri, dovrete ripetere l’operazione per quattro estratti conto e alla fine sommare i valori ottenuti. Il risultato finale ottenuto è la giacenza media giornaliera annua del conto corrente.

Può accadere che il conto sia intestato a due o più persone. In questo caso, il calcolo fin qui descritto vale lo stesso, ma bisogna successivamente dividere il risultato finale per il numero dei cointestatari, al fine di ottenere la quota di propria pertinenza. Quindi, se sono due i titolari, il saldo va suddiviso per due, se sono tre, va suddiviso per tre.

Allo stesso tempo, può accadere che uno stesso soggetto possegga due o più conti correnti o postali. La giacenza media giornaliera nell’anno è ottenuto ripetendo lo stesso procedimento sopra indicato per ciascun conto ed effettuando alla fine la somma dei risultati ottenuti.

Nella prima fase di applicazione, va riscontrato una tendenza delle banche a non riportare automaticamente, come sarebbe ovvio e pratico, la giacenza media di un conto, per cui il titolare è costretto a fare il calcolo manualmente. Tale fastidio dovrebbe venire meno con il trascorrere dei mesi, man mano che la domanda in tal senso dei clienti aumenterà.

Per evitare di dovere effettuare il calcolo tutto in una volta, si può procedere non solo con l’invio dell’estratto conto cartaceo, generalmente trimestrale, ma anche nel caso in cui abbiamo accesso alla visualizzazione del conto online.

Subentro Leasing

In questa guida spieghiamo in cosa consiste il subentro leasing

Spesso accade che un contratto di leasing venga ceduto a terzi, mentre è ancora in corso di validità. Si pensi ai casi di cessione d’azienda, conferimento, fusione e scissione. La cessione del contratto di leasing comporta il trasferimento degli obblighi e dei diritti in capo al cessionario, chiaramente dietro il consenso della società di leasing.

subentro leasing

Da un punto di vista della contabilizzazione della cessione del contratto, essendo utilizzato il metodo patrimoniale, il cedente registra una sopravvenienza attiva, pari alla somma incassata per il corrispettivo percepito. Dai conti d’ordine vengono stornati gli impegni residui nei confronti della società di leasing.

Per le sue caratteristiche finanziarie, il contratto di leasing può essere assimilato a un contratto di mutuo. Escludendo il maxi-canone iniziale e il riscatto finale, le due tipologie contrattuali sono simili, ovviamente sotto l’aspetto finanziario. Entrambi i contratti comportano l’esborso di una somma a date prefissate, ciascuna delle quali somma di una quota di capitale e di una quota di interessi.

Pertanto, il valore di un contratto di leasing può essere fissato a una certa data, detraendo dal valore del bene, al momento della cessione del contratto, il debito residuo nei confronti della società di leasing, come evidenziato dal piano di ammortamento. Per determinare il valore del bene, si potrebbe procedere a una perizia tecnica. In genere, però, il piano di ammortamento di un contratto di leasing non viene consegnato, per cui bisognerà richiederlo. Se nemmeno in questo caso dovesse essere consegnato, allora si dovrà calcolare il tasso di interesse applicato per contratto e da questo crearsi il piano di ammortamento, un procedimento possibile anche attraverso calcolatori automatici rinvenibili online.

La cessione del contratto di leasing assume rilevanza fiscale per il versamento delle imposte dirette, dell’IRAP, dell’IVA. Per quanto concerne il pagamento delle imposte dirette, è previsto dall’art.88, comma 5 del T.U.I.R. che la società cedente debba contabilizzare a sopravvenienza attiva il valore normale del bene ceduto, non il corrispettivo percepito, quindi, prescindendo dal prezzo pattuito tra le parti.

L’obiettivo di una tale norma consiste nell’eliminare le pratiche elusive, visto che in passato si erano diffusi comportamenti scorretti, sulla base dei quali si cedevano contratti di leasing quasi alla loro scadenza e a prezzi vicini a quelli di riscatto, quando il loro valore di mercato era di gran lunga superiore. In questo modo, la società cedente poteva versare minori imposte dirette.

Risulta essere stata colmata una lacuna normativa, frutto della mancata previsione nel T.U.I.R., dalla C.M.108/E del 3 maggio 1996, che prevede ai fini della determinazione della sopravvenienza attiva da assoggettare a tassazione del valore normale del bene, che questo sia considerato al netto dei canoni relativi alla durata residua del contratto e del prezzo fissato per il riscatto, che dovranno essere pagati al cessionario e attualizzati alla data della cessione.

Quanto detto sopra, oltre alla scarna e in qualche punto contraddittoria previsione normativa, è frutto della norma di comportamento 141 delineata dall’Associazione dei Dottori Commercialisti di Milano. Essa stabilisce che a fronte del prezzo pattuito all’atto della cessione, il cedente attribuisce al subentrante o acquirente sia il diritto di godimento del bene, sia il diritto di esercitare il riscatto alla scadenza prevista. Il prezzo viene considerato frutto della differenza, quindi, tra il valore economico del bene e valore attualizzato dei canoni residui e il prezzo di riscatto.

Per questa ragione, il prezzo può essere valutato come sintesi di due quote, la quota di godimento del bene, che deve essere considerato un onere pluriennale da ripartire per la durata residua del contratto, la quota del corrispettivo, che ha a che fare con l’opzione di acquisto, valutabile come acconto sul prezzo per il futuro riscatto del bene, per cui tale componente del prezzo va iscritta ad incremento del valore del bene all’atto del suo riscatto e deve successivamente essere ammortizzata.

Quanto al conto economico dell’acquirente, il prezzo bilancia e rettifica l’imputazione dei futuri canoni di leasing, in modo da aversi il medesimo effetto, che si sarebbe avuto con la stipula di un nuovo contratto di leasing.

Stabilire quale parte del prezzo debba essere ricondotta alla quota di godimento del bene e quale alla cessione del diritto di opzione non è un esercizio semplice, per cui è intervenuta sul punto l’Agenzia delle Entrate con la Risoluzione n.212/07, che ha chiarito come la quantificazione delle due componenti del prezzo non sia lasciata alla libera determinazione delle parti. Si considera il prezzo pagato come un anticipo del prezzo del bene, in misura pari alla sopravvenienza attiva registrata dal cedente. La differenza positiva, al netto dei canoni di leasing e del prezzo di riscatto, si considera come costo sostenuto per il godimento del bene con il subentro e deducibile in rapporto alla durata residua del contratto.

Pertanto, secondo l’Agenzia delle Entrate è da considerarsi un onere pluriennale relativo al godimento solo la parte del prezzo eccedente la sopravvenienza attiva.

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