Fede di Deposito e Nota di Pegno

La fede di deposito è un titolo di credito, rappresentativo di merci, che assegna al possessore il diritto di ricevere le merci in essa specificate. Esso ha anche il diritto di possesso sulle medesime e quello di disporne tramite trasferimento del titolo, ma non anche la proprietà, che si acquisisce solo con la disponibilità materiale dei beni. La conseguenza è che il pegno, il sequestro, il pignoramento e ogni altro vincolo sui beni non hanno efficacia, se non insiste sul titolo indicante il loro possesso. La fede di deposito, così come la nota di pegno, sono trasferibili mediante girata, sia unitamente che separatamente. Dunque, il possessore della fede di deposito e della nota di pegno ha il diritto di vedersi riconsegnati i beni indicati sui due titoli, sempre che paghi i diritti di magazzinaggio e doganali.

Si tratta anche di un diritto letterale, nel senso che il debitore non può opporre al possessore eccezioni relative ai suoi rapporti con i precedenti possessori o alla illiceità o inesistenza della causa, sempre che il possessore sia in buona fede e non abbia agito con il preciso scopo di recare un danno al debitore.

Il possessore della sola fede di deposito non ha il diritto di vedersi riconsegnare le merci indicate nel titolo, a meno che non depositi al creditore pignoratizio la somma dovuta, e il possessore della sola nota di pegno può chiedere la vendita della cosa, sempre che abbia levato il protesto nei casi di inadempienza contrattuale del debitore. Dopo avere proceduto alla vendita, può anche agire con azioni di regresso nei confronti dei giranti.

Tecnicamente, la fede di deposito è un documento cartaceo recante filigrana e che individua il magazzino dove avviene il deposito delle merci. Essa deve contenere la sottoscrizione dell’esercente, oltre a nome, cognome, ditta o domicilio del depositante o del terzo designato, luogo del deposito, natura e quantità delle cose depositate, eventuale pagamento dei diritti doganali o della polizza assicurativa, nome dell’eventuale perito o stimatore, nel caso in cui la merce sia stata sottoposta a perizia o stima.

Alla fede di deposito va allegata la nota di pegno, che contiene le stesse indicazioni e che va staccata insieme alla prima da un unico registro madre a figlia, dovendosi conservare presso il magazzino.

La materia è regolata dall’art.1790 del Codice Civile, I magazzini generali, a richiesta del depositante, devono rilasciare una fede di deposito delle merci depositate. La fede di deposito deve indicare il cognome e il nome o la ditta e il domicilio del depositante, il luogo del deposito, la natura e la quantità delle cose depositate e gli estremi atti a identificarle, se per la merce sono stati pagati i diritti doganali e se essa è stata assicurata.

La fede di deposito, unitamente alla nota di pegno, agevola la circolazione delle merci, in quanto ne consente il trasferimento della proprietà con la sua circolazione, senza che la merce, quindi, venga di continuo spostata da un luogo all’altro, ne consegue anche, però, che tali titoli debbano essere dettagliati per consentire l’individuazione del depositante.

In dottrina, ormai questi due documenti vengono considerati titoli di credito, dai quali si differenziano, tuttavia, rispetto al loro significato in senso stretto, essendo titoli rappresentativi o dispositivi o di tradizione, nel senso che rappresentano le merci in essi individuati, consentendone l’individuazione, a differenza dei titoli di credito veri e propri, che attestano il diritto per il possessore di ricevere le quantità di merci indicate. Sono anche definiti di deposito per sottolinearne la causale legata a un sottostante rapporto di deposito, contrariamente ad altro documenti, come quello di trasporto, che riflette per l’appunto il trasferimento di merce da un luogo all’altro.

L’emissione di questi titoli non altera la natura e gli effetti del contratto di deposito nei magazzini generali, ma interviene sulla legittimazione del possessore dei medesimi, in quanto il magazzino generale è tenuto a consentire non al depositante, ma al titolare della fede di deposito e della nota di pegno a disporre delle cose depositate. Nel caso in cui un soggetto possedesse solamente la fede di deposito, questi potrebbe disporre dei beni depositati, mentre il titolare della sola nota di pegno vanterebbe solo un diritto reale su di esse.

L’emissione di tali documenti è prevista solamente per i magazzini generali autorizzati e la legge sanziona penalmente chi emette tali titoli senza averne il diritto. Tuttavia, nonostante sia illecita, tale emissione eventualmente non comporterebbe l’invalidità del titolo, non essendo requisito essenziale che venga emesso da parte di un soggetto autorizzato. La disciplina è così rigida per ragioni di ordine pubblico, in quanto la circolazione di documenti rappresentativi di merci depositate presuppone l’esistenza del complesso di quegli apparati di vigilanza a tutela del creditore, cosa che non si avrebbe nel caso in cui un magazzino generale emettesse i titoli sprovvisto di autorizzazione.

Codice Disciplinare Aziendale – Fac Simile e Guida

Il codice disciplinare aziendale è l’insieme delle regole che disciplinano la condotta del lavoratore sul posto di lavoro, determinando le sanzioni comminabili per le infrazioni commesse. L’art.7, comma 1, dello Statuto dei Lavoratori, legge n.300/1970, stabilisce che le norme disciplinari relative alle sanzioni per le infrazioni commesse devono essere portate a conoscenza del lavoratore, anche attraverso la loro affissione in un luogo pubblico accessibile sul lavoro.

Il codice disciplinare può essere predisposto dal Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro o unilateralmente dal datore di lavoro, sempre che anche in questo secondo caso venga portato a conoscenza del lavoratore. Tuttavia, nella generalità dei casi, le norme disciplinari sono inserite nella contrattazione collettiva nazionale, ovvero nell’insieme degli accordi stipulati tra i rappresentanti sindacali di categoria e il mondo delle imprese. Questo non esclude che la singola azienda possa introdurre modifiche o predisporre un proprio codice disciplinare, sempre che questi non sia mai peggiorativo della condizione del lavoratore, rispetto a quanto previsto dal CCNL.

Dunque, questa è la situazione in Italia, il codice disciplinare viene inserito in un contratto nazionale, recepito dalle aziende, le quali singolarmente possono anche apportare modifiche o predisporre un codice proprio, nel caso in cui non aderiscano ad alcun contratto nazionale, sempre che le norme di rango inferiore non deroghino in peggio per il lavoratore norme di rango superiori. Il datore di lavoro può stabilire unilateralmente le norme disciplinari e le relative sanzioni nei casi di infrazione, ma sempre sulla base di una previa conoscenza da parte del lavoratore e di una corrispondenza tra sanzione e infrazione commessa. In altre parole, la pena deve mostrarsi sempre proporzionata alla gravità del fatto contestato.

La pubblicità del codice disciplinare viene giudicata, quindi, dal legislatore necessaria per la sua stessa validità, ma non anche per il licenziamento disciplinare, visto che la Cassazione ha riconosciuto come quello avvenuto per giusta causa o giustificato motivo soggettivo non necessiti di pubblicità, sentenza n.19306 del 25/09/04. Per il resto, le modalità di pubblicizzazione del codice disciplinare, sempre secondo i giudici della Cassazione, non possono prescindere dall’affissione in luogo di transito per tutti i lavoratori e non solo per alcuni. Ogni altro metodo non sarebbe sostitutivo. Ne consegue che il datore di lavoro deve affiggere le norme disciplinari in un luogo accessibile a tutti i lavoratori. Nonostante la tecnologia lo renda possibile, allo stato attuale non è ancora ammesso nel settore privato alle aziende di utilizzare strumenti alternativi all’affissione per portare a conoscenza del lavoratore le norme disciplinari e le annesse sanzioni per i casi di infrazione. Al contrario, nel settore pubblico è stata riconosciuta la possibilità per l’ente di divulgare il codice disciplinare in rete quale metodo sufficiente e alternativo all’affissione sul posto di lavoro.

Qualora i lavoratori o alcuni di essi svolgessero attività presso locali di soggetti terzi, anche in essi deve essere affitto il codice disciplinare. Non solo. Di recente, parte dei giuristi si è spinta a ipotizzare anche che esso debba essere linguisticamente accessibile, ovvero comprensibile dai destinatari. Se, per esempio, in azienda vi fosse un congruo numero di dipendenti stranieri, il datore di lavoro avrebbe il dovere di affiggere il codice disciplinare anche in una lingua straniera conosciuta da questi. Tuttavia, ad oggi non è imposto alcun obbligo in questo senso, ragione per cui il lavoratore straniero resta perseguibile nel caso di infrazione, indipendentemente dalla traduzione o meno delle norme disciplinari in una lingua a lui comprensibile.

La giurisprudenza maggioritaria ritiene che lo Statuto dei Lavoratori non possa applicarsi alla lettera a ogni realtà produttiva. L’Italia è caratterizzata dalla presenza, nella grande maggioranza dei casi, di attività piccole o medio piccole, che non possono permettersi di stilare un codice disciplinare comprensivo di ogni possibile infrazione sanzionabile. In realtà, per esigenze pratiche ciò sarebbe proibitivo persino per un’azienda di medio grandi dimensioni. Pertanto, è sufficiente che il datore di lavoro elenchi le tipologie di infrazioni oggetto delle sanzioni, definendo anche queste. Nel concreto, vengono affisse sul luogo di lavoro norme molto generiche, che spesso finiscono per non fornire al lavoratore un’idea precisa di quali casi  possono essere oggetto di sanzioni disciplinari.

In un sistema  di questo tipo la discrezionalità del datore di lavoro si amplia, visto che può estendere i casi in cui comminare sanzioni, non essendo delineati nel codice. Per fortuna, questi possibili abusi sono limitati dall’appartenenza della singola azienda a una specifica categoria produttiva, che a sua volta ha firmato con i sindacati un contratto nazionale e magari anche uno territoriale o persino di secondo livello. In questi casi, si rimanda proprio agli accordi contemplati dall’art.7 dello Statuto, sebbene l’espressione generica abbia avallato in passato qualche dubbio sull’applicabilità delle previsioni contenute nel CCNL anche per le imprese che non lo recepiscono, non avendolo la propria associazione di categoria firmato. Il problema non si pone, in quanto l’azienda resta soggetta solamente ai contratti firmati dalla propria associazione di categoria di appartenenza, oltre che a quelli stipulati direttamente con i rappresentanti dei lavoratori.

Fac Simile Codice Disciplinare Aziendale

Anticipazione Bancaria

L’anticipazione bancaria è un’operazione di finanziamento, con cui un istituto di credito mette a disposizione del cliente una data somma di liquidità per un certo periodo e dietro l’impegno del secondo di adempiere all’obbligazione, garantendola con la consegna di titoli e merci. Da un punto di vista economico, siamo davanti a un’erogazione di liquidità in favore di un soggetto richiedente, mentre sul piano legale si tratta un’operazione di finanziamento assistita da pegno. Questo riguarda beni mobili dal valore agevolmente determinabile, se non quotati sui mercati, come nel caso di azioni o obbligazioni. Pertanto, a seconda dell’oggetto del pegno, distinguiamo tra anticipazione su titoli, anticipazione su merci o beni di facile commercializzazione e anticipazione su titoli rappresentativi di merci.

Esistono due modalità per l’erogazione di un finanziamento tramite anticipazione bancaria, a scadenza fissa o in conto corrente. Nel primo caso, il cliente può usufruire di un prestito da rimborsare entro una data scadenza, anche se sul piano pratico può attingervi con prelievi frazionati. Nel secondo caso, invece, il cliente può provvedere a restituire la somma accordatagli in tutto e in parte e prima della scadenza fissata, ricostituendo la provvista e potendo, quindi, attingere per il capitale liberato, ottenendo sostanzialmente nuovi prestiti. Stiamo parlando, cioè, di un meccanismo revolving, simile a quello vigente per le famose carte revolving messe a disposizione delle famiglie.

Stando all’art.117 del TUBC, il contratto deve essere stipulato a pena di nullità, anche se nella prassi bancaria il cliente è semplicemente tenuto a sottoscrivere moduli prestampati. Questi sono fatti valere solamente nei confronti dell’istituto e prevedono l’indicazione del valore delle merci o dei titoli consegnati in pegno e ai quali viene legata l’entità della somma prestata. Vi compaiono anche la determinazione degli interessi applicati, la durata del contratto e le modalità di consegna dei titoli o delle merci. Infatti, tra valore del prestito e valore dei beni in pegno sussiste uno scarto, che le norme prevedono che resti costante nell’arco del rapporto di finanziamento. Esso deve consentire alla banca, nel caso di inadempienza contrattuale del cliente, di riuscire a rientrare nel prestito e nei relativi interessi, attraverso la cessione dei beni in pegno. Se questi perdono almeno un decimo del valore stimato o risultante alla data di consegna, la banca ha il diritto di chiedere al cliente un supplemento di garanzia. Se questo non fosse concesso, l’istituto potrà risolvere automaticamente il contratto e cedere i beni in pegno, incassando la liquidità necessaria a rientrare nel finanziamento e relativi interessi.

Dal canto suo, mentre procederà a rimborsare il prestito, il cliente potrà chiedere una riduzione proporzionale della garanzia, in deroga al principio di indivisibilità del pegno. Al contempo, la banca dovrà custodire i beni e accollarsi le spese di assicurazione derivanti dal possesso, mentre avrà diritto non solo al pagamento degli interessi sulla somma prestata, ma anche a rientrare delle spese di custodia, oltre che alla restituzione della somma in conto capitale. Quanto al calcolo degli interessi, sussiste una differenza in relazione al tipo di anticipazione bancaria. In quella a scadenza, essi vanno computati anticipatamente, sull’intero prestito erogato e al termine del contratto, mentre in quella su conti corrente, gli interessi saranno calcolati posticipatamente, solo alla liquidazione trimestrale e per la parte del prestito effettivamente usufruito.

L’anticipazione bancaria diventa un metodo di finanziamento abbastanza interessante per quei soggetti, che bisognosi di liquidità e magari non perfettamente in grado di esibire garanzie reddituali e patrimoniali alla banca, possono così accedere al credito, se in possesso di beni mobili o titoli facilmente liquidabili. Si pensi ai preziosi, che godono di una quotazione certa e che, pertanto, risultano facilmente stimabili dalla banca, oltre che cedibili a terzi nel caso di inadempienza del cliente. Lo stesso dicasi per i titoli di natura finanziaria e quotati sui mercati regolamentati, mentre qualche problema potrebbero offrirlo altri tipi di beni, come opere artistiche, il cui valore di mercato non è sempre immediatamente determinabile.

Non esiste una misura prestabilita per lo scarto, ma di solito il valore del prestito arriva fino al 90% di quello dei beni in pegno. Questo significa che la banca si assicura che la restituzione del prestito avvenga integralmente. Nel caso in cui il cliente non adempisse all’obbligazione, infatti, procederebbe alla vendita dei beni e si rifarebbe del prestito erogato. Di fatto, quasi non esisterebbe rischio. Si consideri, infatti, che quando la stessa banca concede al cliente un prestito personale, anche se questi risultasse godere dei requisiti reddituali e patrimoniali minimi richiesti, non ha alcuna certezza del se e del quanto le verrà restituito. Nemmeno i mutui ipotecari, pur giovandosi della garanzia apposta sull’immobile, possono considerarsi a rischio contenuto come i prestiti erogati tramite anticipazione bancaria. Infatti, una cosa è vendere un gioiello o un titolo finanziario, un’altra è un immobile, con tutte le difficoltà burocratiche ed economiche legate a questa seconda operazione, oltre che con i tempi generalmente richiesti allo scopo e praticamente azzerati nel caso di beni mobili in pegno. In effetti, una ragione per tanta cautela c’è. Chi ricorre al pegno per ottenere un prestito versa solitamente in condizioni finanziariamente complicate o magari non possiede quei requisiti economici minimi per accedere al credito attraverso gli altri canali ordinari. In sostanza, l’anticipazione bancaria si rivela una forma di erogazione del credito relativamente sicura per l’istituto, nonostante sia rivolta principalmente, ma non necessariamente, a soggetti ad alto rischio. Ovviamente possono fare ricorso allo strumento molte imprese o singoli individui che, avendo bisogno di liquidità, dispongono di beni mobili di valore e che non avrebbero intenzione di vendere, evidentemente mostrandosi sicuri di rientrarne in possesso con l’adempimento delle obbligazioni in favore della banca.