Come Investire in Piani Individuali di Risparmio

I piani individuali di risparmio, noti anche con l’acronimo Pir, sono la moda del momento in Italia nel panorama finanziario. Essi sono stati introdotti con la legge di Stabilità 2017 e si configurano quali strumenti rivolti ai piccoli investitori e che guardano al medio lungo termine, finalizzati a sostenere le piccole e medie imprese italiane, la cui capitalizzazione spesso è troppo bassa per potere competere sul piano internazionale in un’era di globalizzazione.

Disponibile già in economie come Giappone, USA, Regno Unito e Francia, il Pir è uno strumento finanziario, i cui rendimenti sono totalmente detassati, quindi non soggetti all’aliquota del 26% dell’imposta sulle rendite finanziarie altrimenti applicabile. Per fare in modo che l’investitore possa godere di questo beneficio, però, è necessario che egli tenga lo strumento in portafoglio per almeno 5 anni. Per fare in modo che questo possa considerarsi un Pir, deve investire almeno il 70% dei capitali raccolti in favore delle imprese italiane e  almeno il 30% di questo, 21% del totale, deve essere investito tra le imprese di dimensioni inferiori.

Per effetto di queste previsioni, e al ricorrere di queste condizioni, non si pagheranno imposte sul capitali gain e sui dividendi. Le imprese finanziate possono anche essere di tipo europeo, sempre che abbiano una stabile organizzazione in Italia. Quanto alle imprese di dimensioni medio basse, si considerano quelle quotate in un listino diverso dall’Ftse Mib, ovvero presso il segmento MidCap, indice riservato alle imprese di media capitalizzazione, lo Star, società ad alti requisiti, Standard e, infine, l’AIM, Alternative Investment Market. A fini prudenziali, non più del 10% del capitale raccolto può finanziare un unico emittente.

Esistono anche limitazioni sul piano occupazionale e del fatturato per rientrare nella categoria delle piccole e medie imprese. La microimpresa deve avere meno di 10 dipendenti e un fatturato inferiore a 10 milione di euro, oltre che un attivo patrimoniale inferiore ai 2 milioni. La piccola impresa deve avere meno di 50 dipendenti, un fatturato inferiore a 10 milioni e un attivo patrimoniale inferiore ai 10 milioni. Infine, la media impresa deve avere meno di 250 dipendenti, un fatturato inferiore a 50 milioni e un attivo patrimoniale inferiore a 43 milioni.

L’investitore deve tenere i titoli di un Pir in portafoglio per almeno 5 anni, ma se disinveste prima, sarà applicata la tassazione ordinaria. Sarà anche per questo che nell’ultimo anno, questo strumento finanziario sta riscuotendo un successo oltre le previsioni. Attenzione, però, a monitorare l’andamento degli indici beneficiari dei Pir, perché un eccessivo rialzo non giustificato da sufficienti IPO potrebbe segnalare che il mercato delle pmi in borsa è in bolla, ovvero che troppi capitali vengono convogliati in relativamente pochi titoli, facendo salire i prezzi, ma senza che a ciò corrisponda un’adeguata valutazione dei rispettivi fondamentali.

L’obiettivo dello Stato è lodevole, fare fluire i capitali dove mancano. In Italia, le scarse dimensioni medie allontanano il mercato dei capitali dalle imprese, le quali per finanziarsi diventano eccessivamente dipendenti dal credito bancario. Negli ultimi anni abbiamo visto quanto sia rischioso per un sistema economico il monopolio di fatto del credito in mano alle banche, in caso di crisi.

Ora, se da un lato l’iniziativa è stata abbastanza positiva e ha preso atto, per esempio, del fallimento di un’altra che andava in questo senso e che risaliva a un quinquennio prima, ovvero la possibilità consentita alle imprese di emettere di cosiddetti mini bond, dall’altro bisogna fare attenzione a pensare che un Pir sia più remunerativo o meno rischioso di uno strumento finanziario alternativo. A parità di rendimento lordo, grazie all’assenza di tassazione, dovrebbe risultare più conveniente proprio il Pir. Dovrebbe, perché bisogna fare i conti con le commissioni relativamente elevate, che in molti casi stanno riducendo o anche azzerando il beneficio derivante dal mancato pagamento delle imposte. Dunque, prima di investire in un Pir, informatevi sulle commissioni applicate.

Altro problema non secondario riguarda il potenziale eccessivo concentramento dei rischi. Questo, perché come abbiamo detto sopra, un Pir è costretto a investire almeno il 70% dei capitali raccolti in strumenti emessi da società con sede in Italia o che qui abbiano la loro stabile organizzazione. Questo significa, però, che nel caso di crisi economica del mercato italiano, la scarsa diversificazione dell’investimento non consentirebbe un contenimento delle perdite. Inoltre, bisogna considerare che le imprese su cui si investe sono relativamente piccole e spesso di nuova costituzione, per cui potrebbe essere difficile capirne l’evoluzione e la solidità patrimoniale. Tutti aspetti che non vanno minimizzati, per quanto il Pir rimanga un investimento interessante anche sul piano etico, costituendo di fatto una forma di sostegno all’economia nazionale.

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