Come Calcolare Tasso di Crescita

In economia e in finanza individuare il tasso di crescita risulta indispensabile per valutare un’attività o un titolo. In generale, esso può essere nullo, regolare o irregolare. Si ha crescita nulla di un titolo o attività quando i rendimenti si mostrano costanti.

Si pensi a un’obbligazione, che stacca cedola annuale del 5% fino alla scadenza e che sia stata emessa alla pari. In questo caso, il rendimento è costante negli anni, per cui il tasso di crescita risulta azzerato. Al termine del primo anno, infatti, otterrò 5, al termine del secondo anno un altro 5. Diverso è il caso di un’attività economica che ogni anno esibisce un fatturato in crescita, come per esempio un’impresa che nell’esercizio 0 chiude con ricavi pari a 100, nell’esercizio 1 mostra ricavi pari a 110 e nell’esercizio 2 ricavi pari a 121. Dunque, il secondo anno si è registrata una crescita del fatturato del 10% rispetto al primo, così come nel terzo anno di un altro 10% rispetto al secondo. Siamo davanti, quindi, a una crescita regolare.

Ipotizziamo, invece, che la stessa attività fatturi 100 il primo anno, 120 il secondo anno e 180 il terzo. La crescita c’è di anno in anno, ma irregolare, perché è pari al 20% tra il primo e il secondo anno e del 50% tra il secondo e il terzo. In questo caso, si ha un’accelerazione del tasso di crescita, anche se bisogna valutare se questa sia a sua volta costante o se l’irregolarità includa anche brusche decelerazioni da un periodo all’altro. Per calcolare quale risulta essere il tasso di crescita tra due periodi all’interno dei quali si è registrato un andamento incostante, basta semplicemente sottrarre dal valore finale quello iniziale ed elevarlo a un numero pari a 1 diviso per il numero dei periodi.

Vediamo anche come si determina il tasso di crescita di una data quantità. Servono essenzialmente due dati, il valore iniziale e il valore finale della variabile in esame. Ovviamente se i due valori coincidono, non è alcuna crescita. Infatti, se il prezzo di un bene o servizio è 100 in un dato periodo e risulta essere ancora 100 al termine di un altro periodo, significa che non è cresciuto.

Se, invece, il risultato di tale differenza è positivo, bisogna dividerlo per il valore iniziale. Per esempio, se il prezzo di un bene risulta essere 100 nel periodo 1 e 110 nel periodo 2, il tasso di crescita è (110 – 100) / 100 = 10 / 100 = 0,10 = 10%. Può accadere anche, invece, che tra un periodo e un altro si registri un calo della variabile esaminata. Per esempio, il prezzo 1 è 100 e il prezzo 2 è 95. Dunque, tra il periodo 1 e il periodo 2 si ha (95 – 100) / 100 = – 5 / 100 = -0,05 = -5%. Non siamo in presenza di una crescita, ma di una decrescita, una contrazione o calo.

Per il momento abbiamo ipotizzato di dovere calcolare il tasso di crescita tra due periodi, ma potrebbe accadere, invece, che il calcolo sia riferito a più periodi. Per esempio, i prezzi di un bene risultano 100 nel 2014, 110 nel 2015, 115 nel 2016 e 121 nel 2017. Dunque, tra il 2014 e il 2017 si è avuta una crescita pari a (121 – 100) / 100 = 0,21 = 21%. Tuttavia, questa è la crescita riferita a tre esercizi. Dunque, per ricavare il tasso di crescita medio tra il primo periodo, 2014, e l’ultimo, 2017, bisogna applicare la seguente formula, valore presente = valore passato x (1 + tasso di crescita)^n . Nel caso in esame, abbiamo che 121 = 100 x (1 + g)^3 .

Pertanto, dobbiamo ricavare proprio g, ovvero il tasso di crescita, che sarà pari, come anticipato sopra, a (valore presente / valore passato) ^1/n – 1. Nel caso sopra indicato, abbiamo che g = (121 / 100)^ 1/3 – 1 = 0,065 = 6,5%. In effetti, se moltiplichiamo 100, dato iniziale, per il tasso di crescita elevato a 3, otteniamo proprio 121, ovvero 100 x 1,0653.

Il valore 6,5% individua, quindi, il tasso di crescita medio, che non rispecchia esattamente l’andamento della variabile considerata in ogni periodo. In effetti, nel 2015 il prezzo del bene dato risulta cresciuto del 10%, nel 2016 del 4,5% e nel 2017 del 5,2%. Il valore 6,5% che figura solo come dato medio del periodo. Al limite potrebbe aversi anche un calo tra un periodo e il successivo.

Riepilogando, il tasso di crescita di una qualsiasi variabile può essere costante, regolare o irregolare. Nel terzo caso, sorge l’esigenza di calcolare la crescita media tra un periodo iniziale e il periodo finale considerati. Sopra, la formula per ricavare il tasso medio.

Conto Corrente Ipotecario – Come Funziona

Il conto corrente ipotecario è un contratto con cui la banca mette a disposizione del cliente una data somma di denaro assistita da ipoteca su immobili. La somma viene accreditata su un conto corrente e può essere utilizzata dal cliente fino al limite massimo, mentre gli interessi scattano dal momento in cui vengono effettuati i prelievi e solo sulle somme prelevate. Salvo che sia previsto diversamente, il cliente può usufruire dell’affidamento bancario in una o più soluzioni, attraverso movimento di denaro in entrata e uscita. In pratica, usufruirà del credito prelevando denaro dal conto corrente e lo restituirà con accrediti sullo stesso.

Questo tipo di finanziamento è utilizzato da imprenditori e lavoratori autonomi per ottenere liquidità aziendale per le attività ordinarie. In genere, esso porta a risparmiare sugli interessi, trattandosi di alternativa al credito ordinario.

Come detto, si tratta di un finanziamento assistito da una garanzia ipotecaria, ragione per la quale va contratto con atto notarile, come se si trattasse del più noto mutuo. Vediamo quale risulta essere la differenza, quindi, rispetto a un finanziamento ordinario o un mutuo liquidità. In questo caso non è noto dall’inizio l’ammontare del credito che verrà erogato, ma si conosce solamente la somma massima che l’imprenditore potrà utilizzare. Pertanto, si mostra non solo più flessibile, ma anche più confacente alle esigenze effettive del cliente. Un’azienda, infatti, non sempre è in grado di capire di quale apporto di liquidità avrà bisogno nelle settimane e nei mesi successivi. Dunque, con il conto corrente ipotecario non sarà costretta a chiedere un finanziamento dall’ammontare prestabilito e pagherà gli interessi solo sulle somme che saranno utilizzate e dal momento in cui saranno prelevate.

Dunque, non vi è l’accredito di una somma sul conto corrente, ma la banca concede al cliente la possibilità di usufruire di scoperti. Sul conto, poi, saranno effettuati i rimborsi del cliente con l’accredito delle somme in conto capitale e degli interessi. Tecnicamente, il cliente manda in rosso il conto corrente nel momento stesso in cui preleva le somme.

Pertanto, l’entità del debito non è certa all’atto dell’erogazione del finanziamento, nel senso che non è possibile conoscerne l’ammontare. Infatti, questo sarà noto solo confrontando le movimentazioni in entrata in uscita e in entrata, come da estratto conto, ovvero verificando i prelievi e gli accrediti. Ma come risulta essere ovvio, questo potrà avvenire solo quando saranno utilizzate le somme, non prima. Per questa ragione, il conto corrente ipotecario non è un titolo esecutivo e il notaio non può rilasciarne copia esecutiva. Infatti, formalmente un titolo è esecutivo quando rappresenta un credito certo, liquido ed esigibile. In questo caso, evidentemente, siamo in presenza di un credito non certo, essendo solo conosciuto l’ammontare massimo messo a disposizione della banca a beneficio dei clienti.

Altra differenza con un mutuo ipotecario, al quale somiglia apparentemente molto, sta nelle finalità. Il conto corrente ipotecario non serve ad acquistare un immobile, quanto a finanziare esigenze quotidiane, ordinarie di liquidità dell’impresa. Anche nella tempistica si mostra diverso. Un mutuo ipotecario ha una scadenza fissa, mentre questo tipo di finanziamento può anche avere una scadenza indeterminata.

Quanto ai vantaggi, rispetto a un finanziamento ordinario, abbiamo il fatto che gli interessi da pagare sono solitamente più bassi e che si pagano solo sulle somme effettivamente prelevate. Inoltre, il conto corrente ipotecario concede liquidità anche a imprese in condizioni finanziarie non esattamente floride. Tuttavia, c’è il rovescio della medaglia. Si paga un’imposta di bollo del 2%, vi sono spese notarili da sostenere, oltre che costi legati all’iscrizione dell’ipoteca e successivamente alla sua cancellazione.

Per la banca, si tratta di un finanziamento relativamente sicuro, proprio in quanto garantito da un’ipoteca che nei fatti garantisce tutta la somma messa a disposizione, oltre al consueto margine, quando non è nemmeno detto che tale cifra venga utilizzata del tutto.

Vediamo come funziona, quindi, nel concreto un conto corrente ipotecario. Supponiamo che un imprenditore abbia problemi di liquidità nel breve termine, indice non di problemi di solvenza, caso in cui la banca non concederebbe credito, ma per la disomogeneità tipica tra gli incassi e i pagamenti. L’imprenditore calcola di quale cifra al massimo potrebbe avere bisogno e chiede alla banca di mettergliela a disposizione, concedendo in cambio un’ipoteca su immobili di proprietà. La banca esamina la situazione finanziaria del cliente e, se ritiene di potergli prestare denaro, stipula con esso un contratto notarile e indica il conto corrente sul quale potrà effettuare i prelievi e i successivi rimborsi. Il cliente non è nemmeno detto che usufruisca effettivamente del denaro richiesto, anche se appare inverosimile che affronti i costi per poi non utilizzare il conto corrente ipotecario. Quando preleva denaro, il conto va in rosso e sorge un debito a carico del cliente, scattando anche gli interessi da pagare. Entro una scadenza prefissata, se c’è, il cliente riaccredita le somme prelevate e i relativi interessi, sostanzialmente dando origine ai rimborsi.

Ventilazione dei Corrispettivi IVA

In questa guida spieghiamo in cosa consiste la ventilazione dei corrispettivi IVA.

L’espressione potrebbe risultare nuova per i non addetti ai lavori, ma sappiate che questa ipotesi è stata introdotta dal D.M. n.3495 del 1973. Di norma, sappiamo che un imprenditore deve emettere fattura per ogni cessione e indicare nella stessa il corrispettivo incassato, al netto delle aliquote IVA, oltre che quello lordo, distinguendo ogni imponibile sulla base dell’aliquota applicata. In sostanza, se vendo due prodotti, di cui uno sottoposto ad aliquota del 22% e un altro del 10%, dovrò separare il conteggio, indicando ogni operazione separatamente, prima di fare la somma totale. La ventilazione dei corrispettivi IVA, invece, consente al venditore di registrare gli incassi complessivi giornalieri, senza distinguere tra i vari imponibili ai fini IVA, ripartendoli successivamente sulla base degli acquisti effettuati.

La norma consente di utilizzare tale metodologia ai commercianti al minuto, autorizzati alla vendita di beni appartenenti a una o più categorie tra le seguenti
-Prodotti alimentari o dietetici.
-Articoli tessili o di vestiario.
-Comprese le calzature.
-Prodotti per l’igiene personale.

Nel caso in cui i commercianti vendano anche beni appartenenti ad altre categorie merceologiche, la ventilazione dei corrispettivi IVA è loro consentita, a patto che gli acquisti di beni delle categorie indicate ammontino a non meno del 50% del totale. Se tali acquisti restano al di sotto del 50%, la ventilazione non è ammessa dall’esercizio successivo. Altro dato da tenere presente è che se l’ammontare degli incassi realizzati con l’emissione di fatture, ad esclusione di quelle relative alla cessione di beni strumentali, ammonta a oltre il 20% dei corrispettivi totali, la ventilazione non è ammessa dall’esercizio successivo.

Occhio, però, agli obblighi contabili sussistenti anche nel caso in cui ci si avvalga della ventilazione. Massima attenzione al registro degli acquisti, delle vendite e alle liquidazioni.

Vediamo, invece, come operativamente avviene l’esercizio della ventilazione. Al termine di ogni periodo di liquidazione, ovvero il mese o il trimestre, il contribuente deve sommare gli acquisti di beni destinati alla rivendita, distinguendoli sulla base dell’aliquota IVA applicata, con quelli dei periodi precedenti. Successivamente deve determinare così la percentuale di incidenza di ogni gruppo di beni acquistati sulla base dell’aliquota IVA rispetto al totale degli acquisti. Infine, deve applicare le percentuali così ottenute al totale dei corrispettivi registrati, di fatto esercitando la ventilazione.

Gli importi dei corrispettivi sono, tuttavia, comprensivi delle aliquote IVA, ragione per cui bisognerà procedere allo scorporo delle stesse, applicando le apposite percentuali. Le operazioni appena esposte dovranno essere ripetute al termine di ciascun periodo di liquidazione. Solo a titolo di esempio, vi ricordiamo che lo scorporo dell’IVA si ottiene nel modo seguente, Importo imponibile lordo / (1 + aliquota IVA). Questo dato esprime l’importo netto e la differenza con il lordo determina, quindi, l’importo relativo all’imposta.

Supponendo che abbiamo acquisti nel periodo per 7.000 euro lordi, relativi a beni sottoposti ad aliquota del 22%, l’importo netto sarà pari a 7.000/1,22 = 5.737,70 euro. L’imposta risulta, perciò, di (7.000 – 5.737,70) = 1.262,30 euro. Se tali acquisti fossero il 30% del totale del periodo di liquidazione e dei periodi dell’anno precedenti, l’incidenza dei corrispettivi da considerare sottoposti ad aliquota del 22% sarebbe proprio del 30%.

A questo punto, vi forniamo un esempio pratico complessivo per capire meglio di cosa stiamo parlando. Immaginiamo di essere i titolari di un’attività e che in un dato periodo abbiamo effettuato acquisti di beni sottoposti ad aliquota agevolata del 4% per 10.000 euro, di altri con aliquota al 10% per 8.000 euro e di altri ancora con aliquota al 22% per 15.000 euro. Gli acquisti complessivamente realizzati ammontano, quindi, a 10.000 + 8.000 + 15.000 euro =33.000 euro. Gli acquisti realizzati con aliquota IVA al 4% sono percentualmente pari a 10.000/33.000 = 0,303 = 30,3%. Gli acquisti di beni con aliquota al 10% sono stati pari a 8.000/33.000 = 0,2424 = 24,24%. Infine, quelli con aliquota al 22% ammontano a 15.000/33.000 = 0,4545 = 45,45%.

Ora, immaginiamo che nello stesso periodo, la nostra farmacia abbia conseguito incassi per 50.000 euro. A questo punto, dobbiamo considerare che il 30,3% di questi dovranno scontare un’aliquota IVA del 4%, il 24,24% un’aliquota del 10% e il 45,45% un’aliquota del 22%. A questo punto, dobbiamo semplicemente effettuare lo scorporo come da esempio precedente, ovvero:

50.000 x 0,303 = 15.150 / 1,04 = 14.567,31 euro

50.000 x 0,2424 = 12.120 / 1,10 = 11.018,18 euro

50.000 x 0,4545 = 22.725 / 1,22 = 18.627,05 euro.

Gli importi trovati sono i corrispondenti netti di ogni gruppo di acquisti per aliquota IVA. Per determinare l’imposta a debito, bisogna semplicemente compiere le seguenti sottrazioni

15.150 – 14.567,31 = 582,69 euro

12.120 – 11.018,18 = 1.101,82 euro

22.725 – 18.627,05 = 4.097,95 euro.

Infine, sommando i tre risultati ottenuti, troviamo l’imposta a debito totale, ovvero 5782,56 euro in questo caso.